di Alessia Calzolari
Hanno forme strane, colori irregolari e spesso sembrano difettosi. Eppure sono diventati un simbolo della cucina contemporanea perché raccontano una agricoltura nata prima della standardizzazione industriale. Noi italiani ne abbiamo molti, ma li chiamiamo in un altro modo
Ogni primavera, in un parcheggio di Berkeley, in California, migliaia di persone si mettono in fila per comprare pomodori. O meglio: piantine di pomodoro. A venderle è Spencer Huey, cuoco di «Chez Panisse» e autore della newsletter Tomato Club. In una intervista a Bon Appétit, mensile statunitense dedicato in particolar modo a cibo e cucina, Huey racconta di coltivarne «cinquanta varietà e circa 2.500 piante. Una cosa un po’ folle».Ma quella che potrebbe sembrare una mania da appassionati rivela in realtà un fenomeno più ampio. Negli Stati Uniti attorno ai cosiddetti heirloom tomatoes — o «pomodori antichi» — si è creata una piccola ossessione gastronomica. Orti domestici, mercati contadini, cucine stellate. Piacciono perché sono l’opposto dei pomodori spesso identici proposti dalla grande distribuzione. Hanno forme irregolari, colori strani, costole profonde. A volte sembrano difettosi. Il punto? Sanno di pomodoro.









