Dal mais geneticamente modificato alla carne coltivata in laboratorio: perché l’Italia, negando l’innovazione, non tutela la tradizione
di Elena Cattaneo - artwork di Maisie Cousins
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Se guardiamo alla storia, scopriamo che parlare di prodotti nazionali e tradizionali italiani vuol dire parlare di innovazione, almeno di quella del passato. Pomodoro, mela, ciliegia, melanzana, patata, mais, riso, grano e agrumi, che percepiamo come parte della nostra identità nazionale e che negli anni hanno guadagnato certificazioni di provenienza e qualità, hanno un fattore in comune: non sono originari dell’Italia e nemmeno dell’Europa. Questi frutti della terra, così come li conosciamo oggi, sono in realtà frutto (anche) di decenni di sperimentazione sul campo, di adattamento e miglioramento genetico, tramite incroci, innesti, impianti di colture “aliene” in terreni dove non si erano mai viste prima. In un punto o nell’altro della nostra storia hanno rappresentato un’innovazione rispetto a quello che per natura crescerebbe sul territorio italiano.
Ogni tappa del progresso agricolo è stata possibile grazie a intuizioni scientifiche, osservazioni empiriche e sperimentazioni sul campo, anche molto prima che il metodo della scienza venisse definito e codificato. Durante il corso dei secoli, l’uomo ha affinato sempre di più le sue tecniche di selezione, fino a diventare capace di intervenire direttamente sul genoma delle piante, per renderle più nutrienti e più resistenti ai fenomeni naturali, ai parassiti, alle malattie, in modo che necessitassero di meno trattamenti con agrofarmaci.







