HomePratoCronacaLa Diocesi dà la scossa: "Possiamo rinunciare alla ricchezza dei cinesi? Ora un patto sul lavoro"La Chiesa di Prato scende in prima linea contro lo sfruttamento e l’illegalità e invita ad una riflessione: "Basta scaricare la colpa, bisogna agire e fare un esame di coscienza". In campo un documento etico per lo sviluppo degno.La Chiesa di Prato scende in prima linea contro lo sfruttamento e l’illegalità e invita ad una riflessione: "Basta scaricare la colpa, bisogna agire e fare un esame di coscienza". In campo un documento etico per lo sviluppo degno.Ricevi le notizie de La Nazione su GoogleSeguiciLa Diocesi dà la scossa o almeno ci prova. E lo fa in modo concreto partendo dallo sprone di Papa Francesco quando a Prato nel 2015, dal pulpito di Donatello, esortò la città a combattere "il cancro della corruzione, il cancro dello sfruttamento umano e lavorativo e il veleno dell’illegalità" e lo fa mettendo a terra un patto etico che scrive nero su bianco le azioni che la Diocesi per prima è disposta a fare.

Davanti a tutto c’è un interrogativo che il vescovo Nerbini pone: "Siamo disposti a rinunciare alla ricchezza che deriva, direttamente o indirettamente, da questo sistema iniquo?", un esame di coscienza rivolto alle comunità parrocchiali e alle associazioni cattoliche, e di riflesso a tutta la città. Secondo il vescovo Nerbini è il momento di abbandonare un approccio distaccato come se la comunità cinese fosse qualcosa di lontano dalla città e come se lo sfruttamento non avvenisse a Prato, talvolta in capannoni di famiglie pratesi. Cessare quindi la retorica del distretto parallelo cinese, visto come corpo estraneo alla realtà industriale, ammettere l’esistenza di una "patologia endemica" e contrastare le profonde interconnessioni economiche che legano la città al sistema produttivo illegale. È un richiamo forte e urgente quello che la Chiesa pratese rivolge. In un documento – intitolato significativamente "Oltre il distretto parallelo" l’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro invoca a chiare lettere "la fine dell’innocenza e l’urgenza della verità" sull’esistenza di un lavoro cattivo e di un sistema 12x7 (turni di lavoro di 12 ore giornaliere per 7 giorni alla settimana) che coinvolge lavoratori cinesi, pachistani e di altre nazionalità duramente sfruttati. "La Chiesa non è una agenzia sindacale, né un partito politico – dice Nerbini – ma la sua missione profetica la obbliga a non tacere di fronte all’ingiustizia". ll documento, pubblicato on line e realizzato insieme a Giuseppe Rossi ed Enrico Mongatti, rispettivamente direttore e membro dell’equipe di Pastorale sociale e del lavoro, contiene delle proposte concrete e invita a trovare canali di comunicazione con il mondo cinese, che "non può essere gestito quasi esclusivamente attraverso le forze di polizia". Un Patto etico per il lavoro degno e lo sviluppo a Prato.