Quando Yasmina Reza volta le spalle alle architetture del teatro e sceglie di abitare la narrativa non fa un solo passo indietro dal labirinto opaco del disagio mondano che abita i suoi lavori. La sua penna sa di strumento chirurgico proprio come nel recente libro di Adelphi Da nessuna partein cui sparge brandelli di lampi autobiografici tenuti insieme come taccuino di attriti, agonie del disincanto intrise di malinconia e ironia non certo fatte per consolare. Niente romanzo o storie, solo lama tagliente che fruga tra ipocrisie e frasi di cortesia, gesti fatti di controllo e poi distillati in frammenti, con tutti i temi delle sue pièce e dei romanzi dove tempo, identità, memoria, affetti, morte turbinano silenziosi. Conviene, subito, tornare a quel rettangolo bianco del suo Arte e all’oggetto di una scena brutale quanto comica da usare come manifesto involontario di un’intera epoca. A Parigi Serge ha acquistato un quadro di Antrios per duecentomila franchi. Il quadro è bianco. Forse bianco con righe bianche. Marc, suo amico da sempre, lo guarda in silenzio. Poi dice «Merde!». In quella totale assenza di eleganza critica Yasmina Reza condensa tutto ciò che l’Artworld non tollera: il rifiuto di fingere di capire. La negazione del rito, affondo raffinato e crudele, qualcosa da definire come analisi delle relazioni umane di quando l’arte si muta in campo di battaglia identitario. Serge non difende il quadro o il fatto estetico, difende sé stesso, difende il diritto di far parte. Quando Arthur Danto aveva scritto sul Journal of Philosophy la parola Artworld intendeva proprio dire che un oggetto può diventare opera d’arte solo per il luogo istituzionale che lo ospita e per le relazioni critiche e economiche che lo circondano. Jean Baudrillard, impietoso come sempre, aveva chiarito che il prezzo non descrive il valore ma lo costituisce e che è il denaro che può sacralizzare il valore dell’opera. Se Arte è il libro dell’inclusione – ovvero quello che mostra il conto da pagare per ottenerla – Da nessuna parte è il suo controcanto malinconico, la dichiarazione di chi non sa davvero trovare un posto dove stare proprio come Reza. L’Artworld è davvero un universo imperfetto imbottito di gallerie, fiere, case d’asta, fondazioni, curatori e critici. Terreno di appartenenza esclusiva. Per fare arte si deve essere riconosciuti dalle persone giuste nel momento giusto e la crudeltà non sta nel giudizio ma nell’indifferenza. L’oblio punisce spesso e per sempre. Reza parla di sé, non del mercato, e della fatica a trovare posto in un autentico sistema di senso. L’Artworld che pretende di esserlo si è mutato in un rigido sistema di potere. Chi non sta dentro soffre di una mancanza di orientamento, una vera perdita esistenziale. Nel cuore del sistema si deposita una falsità di taglio epistemologico che considera indiscussa garanzia di profondità la difficoltà di lettura delle opere tribolata anche dall’assenza di indizi sensibili e di cultura diffusa. Il sorriso perfido di Duchamp rovesciato sui readymades si è presto trasformato in un genere e la bolla scoppiata del filosofo Mario Perniola è proprio quella del senso divenuto evanescente e irrilevante. È la medesima irrilevanza messa in scena da Reza dove il quadro bianco non è che il solito MacGuffin fatto in realtà per giocare una partita che ha da fare con la lealtà, il dominio e la definizione dell’identità. È come se il gioco dell’arte sapesse travestire una disputa di potere mascherandola da questione estetica. Il gioco crudele di inclusione-esclusione non è mai dichiarato, è semplicemente eseguito. Artisti lontani da gallerie, mostre, curatori giusti semplicemente non esistono e s’avviano alle tante ombre dell’oblio perenne. Il pensiero di Yasmina Reza procede per lampi in una sorta di struttura frammentata e mai costruisce percorsi lineari senza trasformarli in facili tratti stilistici. Tutti i sistemi dell’arte pretendono coerenza, gli artisti devono essere riconoscibili, brand replicabili. Chi vive di eclettismo percorre una pericolosa wrong way ed è sempre invitato a non contraddire la coerenza specchio della riconoscibilità. Il frammento di Reza è l’opposto perché rifiuta l’idea che il mondo abbia una struttura narrativa coerente, per questo accetta la contraddizione come cardine dell’esperienza. Scrivere «a frammenti» è un modo di proporre filosofia critica, anziché scrivere trattati si lavora con scarti, interruzioni, rilanci sovente proponendo domande. Reza lo ha forse ereditato dal Nietzsche degli aforismi, dal Benjamin delle citazioni strappate al contesto, dal Wittgenstein delle ricerche filosofiche, da coloro che fanno accadere idee senza consegnarle come dottrine chiuse. Provocazione autentica verso il sistema arte che metabolizza lo scandaloso, il blasfemo, il politicamente scomodo ma fatica col gioco eclettico del frammento che muta, coi gesti intraducibili, in formule che possano minare alla radice le garanzie economiche. L’Artworld non ha bisogno di critici studiosi, ha bisogno di sacerdoti, officianti per il rito della certificazione. Reza in Art mostra come la benedizione del sistema arrivi anche da chi l’ha ricevuta per osmosi, difendendo il quadro bianco si difende la propria consacrazione, il proprio far parte. Il filosofo Max Weber chiamava il processo di razionalizzazione disincanto del mondo con l’eliminazione della magia, del mistero, del sacro dall’esperienza quotidiana. Reza mostra come l’Artworld reincanti il sistema attraverso la sacralizzazione del valore economico dell’opera una sorta di riscoperta della perduta aura benjaminiana in chiave economica. La malinconia come categoria intellettuale non nasce per caso o per temperamento ma, come sostiene il Problema XXX dei Problemata pseudoaristotelici, per la sproporzione tra la profondità delle domande e le risposte disponibili. La malinconia è la certezza di chi sa che le risposte non arriveranno anche se la ricerca continua. Da nessuna parte è un’opera intrisa di malinconia come argomento filosofico. Nessuna soluzione, nessuna alternativa, l’autrice non disegna l’avvento di un’arte migliore di quella che oggi circola, solo mostra di vivere l’impossibilità di saper trovare un posto in un sistema che non pare aiutare a vivere alla ricerca di un senso. Proprio questa impossibilità dichiarata mostra la fatica dell’onestà intellettuale di chi vive la violenza dolce di un sistema che promette senso e distribuisce prezzo, parla di libertà creativa e impone brand e sa trasformare le opere in pedine da collezionismo. La domanda resta aperta se l’arte, davvero come vuole Mario Perniola, ha tentato per molti decenni di restare viva ricorrendo «a tutta una serie di mode effimere» definite solo nominalmente opere d’arte ma che sono in realtà solo feticci artistici. Reza non risponde ma chiede con la sua scrittura esatta e spietata che qualcuno smetta di fingere e che – di certo – dica che oggi il quadro bianco non basta più.
L’importanza di sentirsi fuori posto, ecco i frammenti di Yasmina Reza
La scrittrice e drammaturga per la prima volta parla di sé nel memoir “Da nessuna parte”









