Lucie Azema è una scrittrice e viaggiatrice francese e ha scritto per Tlon un libro intitolato Abbiamo bisogno di un altrove che non c’è. Reincantare il viaggio (pagine 176, euro 18,00) che parte da un’idea: non viaggiamo mai davvero verso un luogo, ma verso l’immagine che ci siamo costruiti di quel luogo. Un’idea che interroga il significato del partire, ma anche il legame tra viaggio, immaginazione e desiderio di trasformazione, dalle utopie di Tommaso Moro alle comunità pirata, dalla ricerca del paradiso terrestre alla rotta hippie, ripercorrendo la storia di quegli “altrove” che hanno spinto uomini e donne nella storia a mettersi in cammino. Una riflessione sul bisogno umano di pensare ciò che ancora non esiste. «Ciò che non esiste ci aiuta a vivere», scrive. Perché forse il viaggio più radicale non è attraversare una frontiera geografica, ma lasciare vacillare le proprie certezze e concedersi la possibilità di immaginare un altro mondo: «Per tutta la vita – dice a questo proposito – ho cercato quello spazio di incertezza: il momento in cui ciò che credevamo di aver compreso non ci convince più del tutto e iniziamo a metterlo in discussione. È in quello spazio fragile che può emergere un altro tipo di libertà, una libertà che la sola certezza non potrà mai dare».Nel suo libro emerge un tema forte: spesso non partiamo alla volta di un luogo, ma di un’immagine del luogo. Il viaggio, secondo quanto scrive, nasce spesso da storie, mappe, libri e fantasie.«Il desiderio di viaggiare nasce sempre da una fantasia, da un’immagine che ci formiamo di un luogo. E quell’immagine è a sua volta plasmata dal nostro percorso personale, dalla nostra infanzia e dalla nostra percezione del mondo. Non possiamo sfuggirvi. Ciò che cambia è il modo in cui rinegoziamo quella fantasia una volta che ci confrontiamo con la realtà di un luogo. O imponiamo la nostra fantasia all’altro, oppure ci lasciamo scuotere».Nel libro sottolinea anche come i luoghi non esistano mai “di per sé”, separati da chi li attraversa e da chi li racconta.«I luoghi non esistono di per sé, un luogo non è mai semplicemente “lì”, è plasmato dalle persone che lo attraversano e dalle storie che vengono raccontate su di esso. Ogni luogo porta già con sé dei significati prima del nostro arrivo, e noi stessi modifichiamo questi significati. Ciò che mi interessa è la tensione tra ciò che ci aspettiamo da un luogo e ciò che resiste a queste aspettative. Arriviamo con immagini, idee, a volte persino cliché, e questi plasmano ciò che vediamo. Ma allo stesso tempo, trovarsi in un luogo può mettere in discussione queste idee e aprire la strada a qualcosa di più complesso e meno definito».In un’epoca di confini che si chiudono e orizzonti che si restringono, l’immaginazione diventa una forma di resistenza. Si tratta anche in questo caso di un’interpretazione “politica” del viaggio?«Quando smettiamo di dedicare tempo all’esplorazione di luoghi, culture, lingue e modi di immaginare mondi molto diversi dai nostri, rischiamo di chiuderci nelle nostre certezze. Questo sembra ancora più cruciale con l’ascesa del fascismo in Europa e nel mondo. Anche la questione ecologica è importante, ma non si risolve bloccando completamente i viaggi ed evitando di entrare in contatto con luoghi molto diversi dalle nostre zone di comfort culturali. A mio avviso, agire in questo modo favorisce le agende dell’estrema destra. Ciò che serve è ripensare la mobilità e le sue forme (ad esempio, privilegiando i treni), ma soprattutto non smettere di viaggiare, perché è proprio il viaggio che ha plasmato le nostre società e civiltà moderne».Lei scrive che l’India e il Nepal un tempo erano luoghi reali, ma anche idealizzati, «territori non consenzienti» dell’immaginario occidentale: fino a che punto il desiderio di “altrove” rischia di trasformarsi in appropriazione?«Il “Percorso degli Hippie” degli anni ’60 e ’’70, che si estendeva da Istanbul a Kathmandu, mi sembra un periodo particolarmente interessante perché caratterizzato da un forte desiderio di libertà e da un’apertura intellettuale verso ogni tipo di utopia. Eppure, molti di questi giovani viaggiatori occidentali finirono per rimanere intrappolati proprio in ciò che credevano di voler evitare: l’esotismo, l’orientalismo e la proiezione delle proprie fantasie su altre culture. Il desiderio di altrove può facilmente sfociare nell’appropriazione quando la curiosità e l’ammirazione non sono accompagnate da consapevolezza e rispetto. Anche i viaggiatori più benintenzionati rischiano di ridurre luoghi e culture a immagini o esperienze che corrispondono alle loro aspettative, anziché interagire con essi secondo la loro autenticità. Viaggiare è una lotta costante contro le scorciatoie, il pensiero semplicistico e la comodità intellettuale».Esiste, a suo avviso, una costante antropologica nel bisogno umano di credere che «da qualche altra parte esista qualcos’altro?».«Assolutamente. È un desiderio antico quanto la nostra specie. L’Homo sapiens si è evoluto attraverso gli spostamenti, lasciando la culla africana e diffondendosi in tutti i continenti. Oggi, le nostre società continuano a evolversi e a progredire grazie ai sogni, alle utopie e alle possibilità alternative che esse racchiudono: l’idea che le cose potrebbero essere diverse, che il mondo potrebbe essere “altrove”. In questo senso, l’“altrove” esiste prima di tutto nell’immaginazione. Sono le nostre visioni, speranze e storie che ci spingono a esplorare, a muoverci e a creare il cambiamento. I luoghi seguono, ma il desiderio di diversità, di qualcosa al di là del familiare, di qualcosa che potrebbe essere migliore, nasce nella nostra mente».Nel prologo cita Calvino e l’idea che non si debba confondere la città con il discorso che la descrive, anche se esiste una relazione tra le due. In che misura i luoghi che visitiamo sono plasmati anche dalle storie che li precedono?«A dire il vero, Italo Calvino ne Le città invisibili aveva già detto tutto. Quel libro è probabilmente una delle opere che più ha plasmato il mio rapporto con il viaggio e con l’idea di “altrove”. Ciò che mi ha colpito di più è il modo in cui coglie il divario tra la città stessa e l’immagine che ne abbiamo: come le nostre aspettative, i nostri sogni e le nostre storie influenzino sempre i luoghi che visitiamo. Leggendolo, ho capito che viaggiare non significa mai solo spostarsi nello spazio, ma attraversare strati di immaginazione che trasformano sia il luogo che noi stessi. Anziché concepire i luoghi come realtà fisse, li vedo come continue negoziazioni tra immaginazione ed esperienza, tra narrazioni ereditate e momenti vissuti. È in questo spazio fragile e mutevole che può emergere qualcosa di reale».In che modo i luoghi del nostro passato influenzano anche le nostre aspirazioni future?«I luoghi del nostro passato plasmano le nostre aspirazioni future, offrendoci un punto di riferimento per l’immaginazione e le possibilità. Ci permettono di sognare, di ricordare che esistono altri modi di vivere, di pensare e considerare alternative alla vita o alla società che conosciamo. In un certo senso, i ricordi di questi luoghi aprono le porte a nuove idee, nuovi desideri e percorsi che potremmo intraprendere».Abbiamo oggi il coraggio di pensare «oltre il possibile» o siamo troppo ancorati alla realtà?«Sta diventando sempre più difficile. Viviamo in un’epoca “chiusa” e inquietante che lascia poco spazio all’idealismo o all’ottimismo. Eppure, se guardiamo alla storia, tutti i grandi periodi di utopia e di pensiero creativo sono emersi dopo guerre o periodi bui. In altre parole, la luce trova sempre una via, anche dopo le tenebre. Forse ciò che conta di più è aggrapparsi alla possibilità che qualcosa di diverso, qualcosa di migliore, sia ancora possibile, e lasciare che questa speranza guidi il nostro pensiero e le nostre azioni».