La rabbia contro il vicino stavolta divampa sugli appartamenti a fianco, nella stessa strada. È cosi che tra le periferie di Belfast è tornato il tanfo del carbone. Lungo i palazzi bassi tra le traverse di Newtownards Road, sotto le bandierine della Union Jack e della bandiera dell'Ulster, in questi giorni si parcheggia a fianco a macchine e autobus bruciati o può capitare di bussare a porte annerite.

Ma le fiamme, un messaggio per nigeriani, siriani, pakistani o afghani, hanno invece polverizzato gli infissi di legno dei residenti del posto: sono effetti collaterali della messa in pratica oltranzista della teoria della remigrazione. Il segnale più evidente ed esasperato è invece la caccia all'immigrato, innescata dopo l'accoltellamento di un cittadino britannico da parte di uno sudanese: cause ed effetti che si verificano in Irlanda del Nord, un luogo storicamente al fianco dei senza terra e dei rifugiati palestinesi o baschi.

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"È inutile terrorizzarli, tanto i migranti si spostano da un'altra parte e il problema non lo risolvi", spiega Ricky, un uomo di mezza età che esce di casa, davanti ad una delle carcasse delle auto, chiacchierando in vestaglia mentre dal collo si intravede il tatuaggio della svastica. Lui specifica di non avere alcun interesse per le 'riots', le rivolte a suon di molotov e mattoni dove ragazzi giovanissimi, dagli adolescenti ai ventenni, si coprono il volto utilizzando le tecniche dei vecchi 'troubles'.