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Gli attacchi di questi giorni tra Stati Uniti e Iran, dopo quasi due mesi di cessate il fuoco, hanno generato nuova incertezza su cosa succederà e aumentato la probabilità che i combattimenti riprendano su larga scala. È un’ipotesi per ora lontana, ma molto più concreta di quanto non fosse solo pochi giorni fa. Interpretare gli attacchi è difficile perché la situazione è logorata da mesi di bombardamenti, trattative inconcludenti e dichiarazioni propagandistiche e contraddittorie da entrambe le parti. Possiamo però mettere in fila quello che sappiamo, e presentare qualche possibile esito.

Il presidente statunitense Donald Trump da alcuni giorni annuncia tutte le mattine (orario statunitense) nuovi e più ampi bombardamenti sull’Iran, che risponde poi attaccando le basi militari americane in Medio Oriente. Questa dinamica abbastanza peculiare di attacchi annunciati sembrerebbe preannunciare una nuova escalation. In realtà per Trump riprendere la guerra sarebbe controproducente: a novembre negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di metà mandato e la guerra è poco popolare. Sta facendo aumentare molto i prezzi, soprattutto dell’energia, e Trump ha bisogno di uscirne in un modo che non venga interpretato come un completo fallimento. Significa che deve perlomeno fare in modo che l’Iran riapra lo stretto di Hormuz senza chiedere pedaggi alle navi che vogliono attraversarlo, e ottenere qualche garanzia sul fatto che il regime sospenderà o limiterà il suo programma nucleare.