La sinistra scambia l'Occidente per una colpa

Stefano Maria Capilupi

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L’uscita di Pina Picierno dal Pd non è una semplice vicenda interna al Nazareno. È un sintomo. Picierno non se ne va perché cerca un approdo più comodo, ma perché vede consumarsi, dentro il Partito democratico, la frattura fra una cultura riformista, europeista, liberaldemocratica, e una sinistra che torna a pensare l’Occidente soprattutto come colpa e privilegio dei ceti garantiti.

Il commento che da sinistra ha salutato il suo addio come una “liberazione” è interessante proprio per questo. Non è tutto sbagliato. L’errore però comincia quando la difesa dell’Occidente democratico viene liquidata come liturgia dei privilegiati. Qui riaffiora il vecchio riflesso della sinistra postcomunista: se le autocrazie avanzano, se gli ayatollah soffocano le donne iraniane, se Le Pen o Trump intercettano rabbie reali, allora il problema non sarebbe la minaccia alla libertà, ma la colpa strutturale del sistema occidentale. Come se i “barbari” fossero sempre soltanto il prodotto dei nostri peccati. E invece i barbari sono anche dentro di noi. Sono nelle divisioni irrisolte, nell’incapacità di diventare europei adulti, nella rinuncia a completare ciò che De Gasperi e Spinelli avevano intravisto: un’Europa non solo economica, ma politica, culturale, morale e capace di difendersi. Abbiamo costruito il mercato prima del demos, la moneta prima della sovranità comune, le regole prima di una coscienza storica condivisa. Poi ci stupiamo se l’Europa appare spesso come un gigante giuridico e un nano politico.