C’è qualcosa di vertiginoso nell’idea che la difesa contro la malattia più temuta della vecchiaia possa nascondersi, da decenni, in fiale che nessuno aveva mai associato al cervello. Non farmaci di ultima generazione, non terapie geniche costruite in laboratorio molecola su molecola: vaccini comuni, pensati per tutt’altro. Uno per tenere a bada il fuoco di Sant’Antonio, l’altro per attraversare indenni l’inverno. Del primo abbiamo già scritto: l’esperimento naturale gallese sul vaccino contro l’Herpes zoster aveva mostrato un calo netto delle diagnosi di demenza, e aveva acceso un dibattito che non si è più spento. Ma un indizio isolato resta un indizio. Ora un ampio studio pubblicato su Neurology aggiunge un secondo tassello, e lo fa cambiando virus, vaccino e continente: protagonista è l’antinfluenzale. Due preparati diversi, contro due agenti diversi, che convergono sullo stesso esito. È il momento in cui, in epidemiologia, una coincidenza smette di sembrare tale.

L’indizio che si ripete

Il lavoro porta la firma del gruppo di Houston coordinato da Avram Bukhbinder e Paul Schulz, ed è costruito sui dati di quasi duecentomila ultrasessantacinquenni. La domanda era semplice e per certi versi inedita: non più “vaccinarsi o no”, ma quanto conta la dose. Il confronto era infatti tra l’antinfluenzale a dosaggio standard e quello ad alto dosaggio, la formulazione pensata per gli anziani, nei quali la risposta immunitaria tende a essere più debole. Il risultato: la versione ad alte dosi si associava a una riduzione del rischio di Alzheimer di quasi il cinquantacinque per cento rispetto alla dose standard, mentre la dose standard, a sua volta, lo abbassava di circa il quaranta per cento rispetto a chi non si vaccinava affatto. Più immunità, meno malattia, lungo una scala graduata. E come già nello studio sullo zoster, l’effetto protettivo appariva più marcato nelle donne: un dettaglio che torna troppe volte per essere casuale.