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Carlos Passerini, inviato a Città del Messico

ll presidente della Fifa ostenta sicurezza alla vigilia del torneo. Respinge le critiche sui visti Usa e sul caro biglietti. Intanto a Città del Messico scatta l'allarme per le proteste di piazza e per la stabilità dello stadio Azteca

«Siamo qui per unire il mondo, sarà una grande festa». Sorride, Gianni Infantino. Nonostante tutto, nonostante tutti: le proteste politiche, le difficoltà logistiche, le distanze enormi. Nulla sembra spaventarlo. Questo è il suo Mondiale. L’ha voluto, cercato, creato. Stringendo un’alleanza solidissima con Donald Trump. E ora, anche se la partenza è difficile, fra le rigidità dei controlli doganali negli Stati Uniti e la protesta che oggi qui a Città del Messico potrebbe guastare la cerimonia di apertura, non intende farsi rovinare la festa. Guarda avanti, il presidente della Fifa.

Nella pancia del vecchio Azteca, dove stasera alle 21 italiane Messico e Sudafrica apriranno le danze del primo torneo a 48 squadre, ostenta sicurezza: «Ci sono tre temi caldi: Iran, caro biglietti e i visti negli Usa. Innanzi tutto voglio dire che mi spiace molto per l’arbitro somalo Artan. Ci abbiamo provato, abbiamo discusso. Ma non possiamo controllare tutto. Non siamo i re del mondo. Urlare non serve, per trovare soluzioni. Ci vuole calma. Non mi pento di nulla. Sull’Iran ribadisco che sono orgoglioso di esser riuscito a portarlo qui a giocare, perché l’hanno meritato sul campo. Sui biglietti, i prezzi sono in linea con l’importanza e l’unicità dell’evento, inferiori rispetto agli sport americani. Ne abbiamo venduti 6,5 milioni. E ogni dollaro generato dalla Fifa viene reinvestito nel calcio. Penso che sarà il torneo più spettacolare della storia. Perché non c’è un favorito».