Ho taciuto ostinatamente per un’intera settimana. Non ho detto nulla quando Elly Schlein, dopo lunga vacanza, non sapendo che dire, ha buttato lì la proposta della patrimoniale, senza nemmeno sforzarsi di precisare esattamente contro chi e per fare cosa. Non ho detto niente quando, il giorno dopo o forse già il giorno stesso, com’era ovvio, i suoi più furbi alleati e concorrenti si sono affrettati a dire che per loro non se ne parlava neanche. Non ho detto niente quando, tre o quattro giorni dopo, Schlein ha cominciato la prevedibile ritirata, biascicando che comunque non era nel programma della coalizione (messaggio neanche tanto subliminale all’elettorato: sì, l’ho detto, ma di che vi preoccupate, tanto mica conto qualcosa). Non ho detto niente per giorni, mentre i quotidiani della destra ci riempivano le prime pagine, augurandomi che un asteroide, un’invasione aliena, un cataclisma di qualsiasi genere distraessero finalmente l’opinione pubblica e deviassero il dibattito. Non ho detto niente di niente fino a ieri, quando ho ascoltato Giorgia Meloni ribattere gongolante, davanti alla platea di Confcommercio (e dove se no?), che «altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo, un patrimonio». Ho resistito finché ho potuto.
Tassarsi addosso | Meloni non si merita il regalo di una simile opposizione - Linkiesta.it
La polemica sulla patrimoniale è un caso di feticismo lessicale fatto apposta per squalificare sia la proposta sia i proponenti, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette













