«Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani!». La celebre frase attribuita allo statista piemontese Massimo d’Azeglio ben riassume la questione che l’élite politica deve affrontare ad unificazione compiuta. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, l’italiano era parlato da una quota compresa fra il 10 e il 25% della popolazione (Lepschy, 1990, pp. 65-9).
Come socializzare ai valori della nuova nazione quanti fino a quel momento avevano vissuto all’interno degli Stati preunitari? Come garantire la necessaria legittimità alle nuove istituzioni? Nel tentativo di risolvere tali questioni la classe dirigente liberale si ispira a una visione idealizzata del modello britannico, attratta dalle potenzialità modernizzanti di un sistema politico fondato sul circolo virtuoso fra il confronto e l’alternanza (bipartitica) a livello parlamentare e le sollecitazioni provenienti da una società attiva e propositiva (Cammarano, 1999).
Il processo di unificazione realizzato da Cavour rappresenta un capolavoro diplomatico costruito sull’utilizzo spregiudicato delle alleanze internazionali in chiave antiasburgica. Tuttavia, in seguito alla rapidità di tale processo, l’Italia affronta in rapida successione sfide che altrove sono state diluite nel corso dei secoli: l’edificazione dell’armatura statuale in grado di garantire sicurezza esterna e interna; la costruzione della nazione, intesa come identità condivisa e manifestazione di legittimità per il nuovo sistema politico; lo sviluppo della partecipazione popolare e la redistribuzione delle risorse (Guarnieri, 2006).






