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Ultimo aggiornamento: 7:52

“Purtroppo si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani” pare lamentasse Massimo d’Azeglio. Era stato presedente del Consiglio del Regno di Sardegna e, nel 1860, fu il primo governatore della Provincia di Milano dopo l’unificazione. Massone e cattolico, patriota e federalista, morì nel 1866 dopo aver colto con lucidità profetica il divario tra istituzioni e identità collettiva.

A oltre sessant’anni dai Trattati di Roma, possiamo applicare la medesima riflessione al progetto europeo. Abbiamo costruito una Europa istituzionale, senza forgiare una coscienza europea condivisa. Una costruzione basata quasi esclusivamente su dogmi economici neoliberisti, sul modello finanzcapitalista dell’America reaganiana e post reaganiana. L’Europa delle istituzioni, soprattutto finanziarie, non dei popoli.

L’Unione Europea è un esperimento politico senza precedenti: una unione di Stati sovrani legati da trattati, regolamenti e direttive. Abbiamo una moneta comune, un parlamento eletto, una bandiera e perfino un inno. E l’anomalia di una lingua comune, l’inglese, che non appartiene a nessuno dei 27 stati. Quando i cittadini si interrogano sulla propria identità, rispondono quasi invariabilmente di essere francesi, tedeschi, italiani o polacchi. L’aggettivo “europeo” rimane un’appendice burocratica, privo della carica emotiva che accompagna l’appartenenza nazionale.