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Ultimo aggiornamento: 18:26

di Giorgio Boratto

Ricordo l’indicazione del presidente Mattarella a cercare la condivisione per le riforme costituzionali: quelle riforme dovrebbero durare e per farlo non dovrebbero essere fatte da una maggioranza politica definita. Il risultato potrebbe essere che ad ogni nuova legislatura; ad ogni nuova maggioranza uscita dalle elezioni si potrebbe cambiare le riforme approvate precedentemente.

Quella che si terrà a primavera rappresenterà la quinta volta che il corpo elettorale viene chiamato ad esprimersi sopra una riforma costituzionale votata dal parlamento. In due: quella del 2001 sulla riforma del titolo V relativo all’ordinamento regionale e quella del 2020 relativa alla riduzione del numero dei parlamentari, è prevalso il voto favorevole all’entrata in vigore delle leggi di revisione costituzionali; mentre in altre due – nel 2006 e nel 2016 – proposte rispettivamente da Berlusconi e da Renzi, che prevedevano ampie modifiche della seconda parte della Costituzione, hanno prevalso i voti contrari e di conseguenza non sono entrate in vigore.