Una banca centrale, nel decidere le sue mosse di politica monetaria, può sbagliare per eccesso o per difetto (di severità). La Banca centrale europea, nella sua ormai non breve vita di oltre un quarto di secolo, errori ne ha commessi di entrambi i tipi, come tutte le banche centrali peraltro. Ad esempio nel 2022 certamente tardò a iniziare una politica restrittiva. Oggi si appresta a discutere dell’eventualità di un rialzo dei tassi d’interesse e la maggior parte degli osservatori concordano sulla elevata probabilità che lo decida, sia pure per un ammontare relativamente piccolo. Farebbe bene o commetterebbe un errore di uno dei due tipi?

La Bce ha il mandato esclusivo della stabilità dei prezzi nell’area dell’euro, che essa interpreta come mantenimento nel medio termine dell’inflazione al consumo intorno al 2%, considerata soglia minima fisiologica. Per cogliere l’obiettivo manovra i tassi d’interesse a breve termine sui conti che intrattiene col sistema bancario. Attraverso questo strumento intende arrivare, attraverso una lunga catena di trasmissione, a tutta l’economia, che produce e scambia beni e servizi e ne determina i prezzi. Se la domanda complessiva di beni e servizi eccede l’offerta, l’economia si surriscalda e i prezzi tendono tutti, chi più chi meno, a salire a velocità accelerata. Per raffreddare l’economia e arrestare l’accelerazione dei prezzi la Bce provoca un innalzamento di tutti i tassi d’interesse e modera per questa via consumi e investimenti. Il problema si fa particolarmente delicato quando i prezzi nell’economia salgono non perché stia troppo aumentando la domanda interna ma per qualche ragione esogena, cioè esterna all’economia in questione e fuori del controllo dei suoi agenti e governanti. È ciò che sta succedendo in questo periodo. L’inflazione in Europa è salita al 3,2%, dall’1,7 di cinque mesi fa, a causa della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e della conseguente doppia chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha indotto una rarefazione delle importazioni di fonti fossili di energia nel continente europeo (petrolio, gas naturale liquefatto). I prezzi di tali fonti sono bruscamente aumentati: ad esempio quello del petrolio greggio è quasi raddoppiato. L’energia fossile entra come fattore della produzione di molti beni e servizi, i cui prezzi, pertanto, a loro volta aumentano.