Uno scenario di stagflazione sempre più concreto. E un dilemma da sciogliere per la Bce, che questo giovedì pare orientata ad alzare i tassi di 25 punti base al 2,25% nonostante la crescita dell’area euro si sia fermata: preoccupa ancora di più il rischio di una spirale inflazionistica, che se andasse fuori controllo finirebbe per richiedere tassi ancora più alti. E’ così che sembra destinato a sciogliersi il dilemma - come lo aveva chiamato la Bce nei resoconti del meeting di aprile - per i governatori che il 10 e 11 giugno tornano a riunirsi a Francoforte.Lo chiedono i membri del Consiglio direttivo tradizionalmente considerati 'falchì, da ultimo la tedesca Isabel Schnabel o l’olandese Frank Elderson. Persino il greco Yannis Stournaras ha parlato di «danni limitati» da un rialzo prudente dei tassi. Mentre il governatore Fabio Panetta, nelle considerazioni finali di Bankitalia, ha aperto a una "ricalibrazione» dei tassi pur senza legarsi le mani sul futuro. Gli economisti del panel sentito da Bloomberg stimano due rialzi dei tassi quest’anno, uno la prossima settimana, appunto, e uno entro fine anno.E’ l’effetto della guerra lanciata da Usa e Israele all’Iran, con le prospettive di una pace che paiono sfumate nel caos delle Medio Oriente, e dello shock energetico. Goldman Sachs si aspetta il secondo rialzo a settembre, che porterebbe il tasso Bce al 2,5%, perché «gli ultimi dati vanno in direzione di un’inflazione significativamente più alta e una crescita più debole» che nelle previsioni Bce dello scorso marzo. Il panel di Bloomberg stima un’inflazione per il 2026 al 3,5% (ha segnato 3,2% a maggio) e una crescita ferma allo 0,6%. Lorenzo Codogno di Lc Macro spiega che «a maggio c'erano chiari segni che l’inflazione sta andando oltre l’energia e si sta allargando al resto dell’economia». Un anatema per la Bce, perché «una volta che il genio dell’inflazione esce dalla bottiglia, è difficile farlo rientrare». Non manca chi evoca il rischio di un 'remakè dell’errore del 2008 e 2011, quando l’allora presidente Bce Jean-Claude Trichet alzò i tassi salvo doverli tagliare di lì a poco per la crisi economica. Ma quell'epoca di bassa inflazione, addirittura deflazione, legata alla globalizzazione galoppante, all’export cinese senza freni, pare lontanissima nel mondo di Trump. Un rapporto del Forum economico mondiale, Deepening Divides, parla del biennio 2025-2026, quello dei dazi, delle guerre e della retorica antieuropea che dilaga a Washington, come di una «una svolta per il commercio e la finanza globale». Una svolta nel segno di una frammentazione economica e finanziaria non solo fra blocchi tradizionalmente ostili, ma anche fra vecchi 'amicì come Usa, Europa, Giappone, che costerà, nello scenario principale, fra i 213 e i 307 miliardi di dollari l’anno all’economia mondiale. E Econ un conto che potrebbe salire a 6.900 miliardi di dollari, il 6,4% del Pil globale, nello scenario peggiore.