Non c’era molta suspense sulle scelte di politica monetaria dell’Eurozona. Così, oggi, il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di alzare di 25 punti base i tre tassi di riferimento: il tasso sui depositi sale al 2,25 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40 per cento, e quello sui prestiti marginali al 2,65 per cento.I mercati lo davano per certo. Infatti, alla vigilia il rialzo era prezzato al 100 per cento, e gli stessi mercati prevedono la possibilità di un’altra stretta sui tassi, dopo quella odierna, entro la fine del 2026.Quello di oggi è il primo rialzo dal settembre del 2023, e quello chiude la finestra di attesa aperta ad aprile, quando la Bce aveva lasciato i tassi invariati riservandosi la possibilità di valutare l’impatto e la persistenza dello choc energetico legato alla guerra in medio oriente. Anche la recente esperienza del 2022 ha avuto un peso sulla decisione: quattro anni fa la Bce considerò temporaneo il rincaro dell’energia seguito all’invasione russa dell’Ucraina, e poi vide l’inflazione salire sopra il 10 per cento. Ma stavolta anche le colombe del Consiglio, dal governatore maltese Alexander Demarco all'italiano Fabio Panetta, avevano riconosciuto nelle scorse settimane le ragioni di una “ricalibrazione” della politica monetaria, pur senza impegnarsi in un percorso predefinito.Così, a spingere la decisione del Consiglio, sono stati anche i dati di maggio e le proiezioni interne per il prossimo futuro. L’inflazione dell’eurozona è risalita al 3,2 per cento, il livello più alto dal settembre 2023, spinta soprattutto dall’energia, aumentata del 10,9 per cento dopo il balzo del Brent provocato dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz. A preoccupare è stata anche la componente di fondo: l’inflazione core, al netto di alimentari ed energia, è salita dal 2,2 al 2,5 per cento, mentre quella dei servizi è passata dal 3,0 al 3,5. Un segnale che l'aumento dei prezzi non resta confinato ai prezzi dell’energia, ma comincia a propagarsi al resto dell’economia.