Non si toccano i patrimoni dei miliardari, ma si cambia il sistema fiscale che crea diseguaglianze nel «ceto medio», quello che si dice di volere proteggere. È il patto regressivo che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha stretto ieri a Roma all’assemblea di Confcommercio, un altro dopo quello rinnovato con Confindustria.
MELONI NON HA RISPOSTO, in realtà, alla richiesta di Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio: ridurre l’aliquota centrale dal 35% al 33% per i redditi fino a 60 mila euro per non vivere più una «fisiocrazia: troppe tasse e troppa burocrazia che frenano investimenti e crescita». La presidente del Consiglio non lo ha fatto perché, già l’anno scorso, il suo governo non aveva i soldi. Allargare lo scaglione del 33% dai 50 mila ai 60 mila euro avrebbe richiesto tra i 2 e i 2,5 miliardi di euro strutturali. Un taglio di questa portata non poteva però essere finanziata con i proventi straordinari derivanti dal concordato preventivo biennale. L’ipotesi è stata scartata poiché non si finanzia un taglio fiscale permanente con entrate una tantum e strutturalmente incerte.
LA «RIDUZIONE del carico fiscale del ceto medio» realizzata in questa legislatura ha premiato la fascia che guadagna oltre i 50 mila euro con ben 1.440 euro di sgravi in più all’anno, penalizzando al contempo quella più impoverita sotto i 35 mila euro di reddito. Sfortuna di Meloni vuole che questi dati, già noti, siano stati ribaditi dall’Ufficio parlamentare del Bilancio che proprio ieri ha presentato il rapporto sulla politica di bilancio 2026. Non va dimenticato che, sotto l’attuale governo, la «fiscocrazia» ha raggiunto un record del 43,1% di imposizione sul reddito. E che – come attestato dall’Upb – l’instancabile impegno dell’esecutivo a estendere regimi sostitutivi e flat tax ha favorito le categorie autonome e commerciali a scapito dei lavoratori dipendenti ordinari, allontanando l’obiettivo dell’equità orizzontale. l’autorità indipendente ieri ha anche lanciato un allarme.










