La patrimoniale no, il taglio delle tasse sul ceto medio sì. Giorgia Meloni sceglie l’assemblea di Confcommercio per rimettere al centro il messaggio fiscale del governo e parlare a imprese, autonomi, commercianti e professionisti che avvertono il peso combinato di Irpef, burocrazia, concorrenza sleale e consumi ancora prudenti. "Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici", dice la premier, respingendo nuove imposte sulla ricchezza e rilanciando l’obiettivo di alleggerire il carico fiscale.

La traiettoria è chiara: allargare, conti pubblici permettendo, il taglio Irpef al ceto medio, con l’ipotesi di ridurre dal 35 al 33% l’aliquota per i redditi fino a 60mila euro. È il punto di contatto più forte con la relazione di Carlo Sangalli. Il presidente di Confcommercio chiede meno tasse, più credito, regole stabili e una riduzione del peso amministrativo che definisce "fiscocrazia". Meloni raccoglie la sollecitazione e la trasforma in una cornice più ampia: lo Stato non deve disturbare chi crea ricchezza, ma deve pretendere il rispetto delle regole da chi altera il mercato. Da qui la frase più netta dell’intervento: "Questa non è la Repubblica delle banane, qui si rispettano le regole". Il riferimento è alle attività "apri e chiudi", che eludono fisco e contributi, chiudono dopo pochi mesi e riaprono sotto altro nome.