"Se la forma che abbiamo scelto per la Rai è quella di una società per azioni, è evidente quel modello implica che ci sia un amministratore espresso dell'azionista, anche se con tutti gli accorgimenti dovuti al caso specifico".

Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, frena sulla riforma della Rai, mettendo in chiaro in commissione Comunicazioni al Senato quello che era già trapelato nei mesi scorsi e cioè che ritiene incompatibile con le leggi in vigore, a partire dal Codice civile, la bozza messa a punto dalla maggioranza.

Secondo la proposta, il consiglio di amministrazione sarebbe composto ancora da sette membri, sei quali verrebbero eletti dal Parlamento, abbandonando la nomina diretta da parte del governo, e uno dai dipendenti. Oggi il Mef ha un potere di proposta relativo a due dei componenti, tra i quali l'amministratore delegato. "Ebbene, questa previsione non si ritiene ulteriormente comprimibile, se non al prezzo di compromettere, anzitutto, la coerenza con l'assetto azionario e le funzionalità connesse al ruolo ed alle responsabilità dell'azionista", ha sottolineato Giorgetti.

L'iter della riforma è partito sulla scia del Media Freedom Act approvato in sede europea con l'obiettivo di rafforzare l'indipendenza dei servizi pubblici. Da qui la proposta messa a punto dai relatori di Forza Italia, Claudio Fazzone e Roberto Rosso, di togliere le prerogative di nomina al governo per spostarle sul Parlamento. Una mossa che, secondo Giorgetti, non trova giustificazioni a livello comunitario. "Non stupisce - ha detto - che da parte dei servizi tecnici della Commissione Ue non siano stati sollevati rilievi strutturali" sui poteri di proposta del Mef e che allo stato "le uniche osservazioni sul punto appaiano riconducibili all'esigenza che non si creino situazioni di stallo nelle nomine". Il riferimento è alla nomina del presidente del cda, che ora necessita del parere favorevole dei due terzi della Vigilanza e che, se la riforma venisse approvata, passerebbe con la semplice maggioranza.