Il Tribunale di Vibo Valentia ha dichiarato incandidabile Giovanni Macrì (appena rieletto sindaco di Tropea) nell’ambito del procedimento avviato dal Ministero dell’Interno dopo lo scioglimento dell’ente. Il provvedimento, firmato dal collegio presieduto dal giudice Giulia Orefice, non dispone la decadenza immediata dalla carica attualmente ricoperta, ma incide sulla possibilità di candidarsi alle elezioni indicate dall’articolo 143 del Tuel, una volta che il provvedimento diventerà definitivo. Macrì, che ha già annunciato ricorso, nel frattempo resta dunque in carica.
La decisione arriva al termine del procedimento ex articolo 143, comma 11, del Testo unico degli enti locali, la norma che consente di dichiarare incandidabili gli amministratori ritenuti responsabili delle condotte che hanno dato causa allo scioglimento di un Comune per infiltrazioni o condizionamenti mafiosi. I giudici hanno accolto la richiesta nei confronti di Macrì, mentre hanno respinto quella avanzata nei confronti di Greta Trecate, consigliere di maggioranza ed assessore agli affari generali.
La cornice: l’incandidabilità non è una condanna penale
Il Tribunale chiarisce subito un punto essenziale: l’incandidabilità non è una sanzione penale e non richiede la prova di un reato. Nel decreto si legge che “la dichiarazione d’incandidabilità degli amministratori non consegue automaticamente al provvedimento di scioglimento”, perché il giudice deve valutare le singole posizioni e verificare se esistano elementi concreti, univoci e rilevanti. Il collegio richiama la giurisprudenza della Cassazione e spiega che “la misura interdittiva elettorale non richiede che la condotta dell’amministratore dell’ente locale integri gli estremi del reato di partecipazione ad associazione mafiosa o concorso esterno nella stessa”. È sufficiente, secondo il decreto, che l’amministratore sia stato “in colpa nella cattiva gestione della cosa pubblica”, lasciando l’ente esposto a ingerenze e pressioni delle organizzazioni criminali. Per i giudici, la misura serve a evitare che si ricreino le condizioni che hanno determinato lo scioglimento dell’ente. Lo definiscono un “rimedio di extrema ratio” volto a tutelare trasparenza, buon andamento, imparzialità e fiducia dei cittadini nelle istituzioni.






