Nuovo giro, stessa giostra impazzita. Escalation tra Hezbollah e Israele. Di nuovo. Beirut e la Galilea bombardate. Di nuovo. L’Iran che attacca Israele e Israele che risponde mentre Trump non sa più come girarsi per evitare di finire risucchiato nelle sabbie mobili mediorientali. Di nuovo. Tutti impegnati a non saltare nemmeno un giro, nel disperato tentativo di dimostrare di essere ancora vivi e al comando. Per capirci qualcosa, occorre ribaltare la prospettiva. Smettere di inseguire dichiarazioni ufficiali, vertici diplomatici e mappe strategiche animate in Tv, e mettersi in ascolto dei rumori di fondo. Anzi: dei ronzii, quelli metallici, sottili e apparentemente insignificanti, che sono invece una delle chiavi di lettura più potenti per capire il mondo che ci sta esplodendo attorno. È il suono della guerra contemporanea: quella dei droni, combattuta a migliaia di chilometri di distanza da sale operative climatizzate che ricordano più un open space di Cupertino che il fronte orientale del’44. Una guerra confortevole, ordinata, quasi naturale. Leggera. E dire che per millenni ammazzare il nemico era stata una faccenda tremendamente pesante. Fisicamente, anzitutto. Richiedeva di stargli abbastanza vicino da sentirne l’odore del sangue, del sudore e della paura. Bisognava guardarlo negli occhi mentre moriva.