«L'Italia non è una repubblica delle banane». Queste le parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lanciate durante il videomessaggio all’assemblea generale di Confcommercio, celebrata a Roma l’11 giugno 2025, nell’anno degli 80 anni della Confederazione. Mentre il terziario di mercato vale ormai circa la metà del Pil e dell’occupazione, migliaia di imprese continuano a fare i conti con costi elevati, domanda ancora prudente, difficoltà di reperire personale e un’area grigia di abusivismo e contraffazione che erode ricavi e fiducia.

Il cuore del discorso: il terziario come architrave dell’economia italiana

Nel suo intervento, Meloni ha ricordato che le imprese del terziario di mercato contribuiscono per circa il 50% al Pil e all’occupazione del Paese. Non è un dato ornamentale: è la chiave con cui il governo prova a spostare il baricentro del dibattito economico, valorizzando non solo la manifattura ma anche il vasto ecosistema di negozi, servizi, turismo, pubblici esercizi, logistica e professioni che tiene insieme le città italiane e una parte essenziale dei consumi interni.

È una sottolineatura che dialoga con la lettura proposta dalla stessa Confcommercio. Nella relazione del presidente Carlo Sangalli, presentata nella stessa assemblea, il terziario appare come la vera infrastruttura sociale ed economica del Paese: non un settore accessorio, ma il luogo in cui si misurano insieme domanda interna, qualità urbana, occupazione e capacità di trasformare il reddito in consumi. Non a caso l’Ufficio Studi dell’organizzazione, per il 2025, indicava una crescita del Pil dello 0,8% e dei consumi dell’1%, con una previsione al 2026 del +0,9% per l’economia e ancora +1% per i consumi. Dati moderatamente positivi, ma lontani da qualsiasi euforia.