“Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole, come ricordava il presidente Sangalli non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel suo intervento all’assemblea di Confcommercio, ricordando con un attento cherry picking una misura non nuova (è stata introdotta con la legge di Bilancio 2023) ma probabilmente gradita ai commercianti come la stretta sulle partite Iva “apri e chiudi” spesso intestate a cittadini extracomunitari. Non una parola invece sul recentissimo e probabilmente meno gradito obbligo, per la platea che la ascoltava, di collegare i registratori di cassa telematici al pos, scattato il quale si è registrata una prevedibile impennata del numero di scontrini e del valore delle transazioni “in chiaro”.
La premier, come detto, ha preferito concentrarsi su uno dei suoi vecchi cavalli di battaglia: il “fenomeno odioso”, delle “attività molto spesso gestite da extracomunitari che eludono il fisco aprendo e chiudendo in breve tempo, non pagando le tasse”. Finora, ha detto sommando apparentemente dati relativi agli ultimi tre anni, “ne abbiamo chiuse d’ufficio 24mila, un risultato secondo me importante per lo Stato, ma certamente più importante per gli imprenditori onesti di questa nazione che pagano le tasse e non meritano di subire la concorrenza sleale di chi, magari dopo essere entrato illegalmente in Italia, si mette pure a farci concorrenza sleale”. Velo pietoso, ca va sans dire, sul fatto che stando agli ultimi dati del dipartimento Finanze del Mef su ricavi e compensi dichiarati dalle partite Iva soggette agli Indici sintetici di affidabilità fiscale i commercianti hanno perlopiù “pagelle” da bocciatura. Il 68% delle panetterie secondo il fisco dichiara troppo poco, come il 65% dei negozi di giochi, il 69% dei commercianti di veicoli, il 65% dei rivenditori al dettaglio di tessuti e filati. La lista è lunga, ma su quei dati Meloni ha preferito tacere.










