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Nel gennaio del 2007 atterravo in Danimarca, dopo un primo anno di università illuminante chiuso da un improvviso schianto sulla monotonia. Ai corsi di critica, linguistica e storia contemporanea erano seguiti gli istituti di questo e di quello, utili ad accumulare crediti ma mica tanto ad arginare il calo della libido accademica. Neanche il parterre studentesco era dei più esaltanti, tra una lezione e l’altra ciondolavo scribacchiando con aria torva su un quaderno nell’attesa di una baraonda esistenziale. Che si palesò nella forma dell’Erasmus.
Durante una festa in un appartamento affacciato sui canali di Copenaghen, mentre facevo la fila per il bagno, venni interpellata da una ragazza. Era messicana, abitava in quella casa, avendomi sentita parlare le era venuta voglia di presentarsi, conosceva l’italiano perché le piaceva la musica. Si chiamava Ximena.
Nel suo ultimo spassoso romanzo Invidia, Muriel Spark esplora il rapporto patologico tra Rowland, insegnante di scrittura creativa e aspirante romanziere, e il suo studente più brillante, Chris, che sta scrivendo un romanzo con grande scioltezza e risultati così stupefacenti da suscitare nel maestro (mentore al contrario) un senso di invidia profonda, tanto opprimente da “soffocarlo” e indurlo a scoraggiare il ragazzo. L’origine dell’invidia è la stima, ma il sentimento si deteriora in atroce forma maniacale. Eppure nell’evoluzione della storia è lo stesso invidiato ad ammettere: «Ho bisogno della sua invidia. Della sua invidia divorante. Non riesco a lavorare senza». Il gioco di perversa co-dipendenza sfocia in un esito dall’effetto grottesco magistrale. Uh, mi sono detta leggendo, come li capisco.








