Cominciamo con la cronaca, livida e sgradevole. I carabinieri del ROS hanno eseguito perquisizioni nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma per corruzione: tre indagati, tra cui un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, accusato di aver accettato la promessa di futuri incarichi in enti pubblici in cambio di un’azione favorevole all’approvazione del progetto definitivo del ponte sullo Stretto. Siamo garantisti, e come tali diciamo che si tratta di un’ipotesi accusatoria da verificare nel processo. Ma siamo anche onesti, e come tali diciamo che questa notizia non fa che aggiungere l’ennesimo strato di opacità a un’opera che di strati opachi ne ha accumulati da decenni.

Il problema del ponte non ha bisogno di un vaglio giudiziario: ha bisogno di un vaglio politico. E il giudizio politico è già disponibile, nitido, inappellabile. Matteo Salvini è alla guida del ministero delle Infrastrutture da quasi quattro anni. Ha presentato piani per centinaia miliardi, ha aperto conferenze come fossero cantieri, ma il suo ministero è risultato il più in ritardo nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. La rete ferroviaria italiana ha vissuto sotto la sua gestione una stagione di disservizi, guasti, ritardi che hanno colpito ogni giorno milioni di pendolari.