Con 78 sì e 38 voti contrari, lo scorso 4 giugno, in un’aula dimezzata, in sordina e a fine anno scolastico, è stato definitivamente approvato al Senato il Ddl Valditara, una legge che regolamenta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane in modo molto restrittivo: la vieta di fatto nelle scuole dell’infanzia e primaria, sottoponendola invece nelle scuole secondarie al consenso informato scritto dei genitori, con obblighi burocratici molto stringenti su contenuti, materiali, finalità e presenza di esperti esterni. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara ha rivendicato in seguito questa impostazione, affermando che la legge punta a “tutelare i bambini dalla confusione della propaganda gender” e a “ridare voce ai genitori sulle tematiche dell'identità di genere per i figli adolescenti minorenni”. Ma che cosa è questa “propaganda gender”?

Il mito dell’“ideologia gender” non nasce in Italia. I Gender studies (Studi di genere), sviluppatisi negli USA negli anni ’70, analizzano il genere come fenomeno sociale e culturale, mettendo in relazione identità, potere e disuguaglianze, contestando la presunta neutralità del sapere e finendo per smuovere le fondamenta epistemologiche delle discipline in tutto il mondo. Verso la fine degli anni ’90 questo campo di studi è stato oggetto di una crescente opposizione da parte di movimenti “anti-gender” (quali Manif pour Tous, ProVita, Giuristi per la vita), sostenuti da istituzioni religiose (ambienti del Vaticano e del cattolicesimo conservatore) e movimenti politici dell’ultradestra.