L’acciaccata industria automobilistica europea conta sulla difesa per rimettersi in carreggiata, mentre la classe politica confida che i massicci investimenti nel riarmo possano contribuire anche a salvaguardare i livelli occupazionali. I due comparti non sono mai stati così vicini – almeno in Germania, dove il governo ha previsto spese per 108 miliardi nel solo 2026 (in parte a debito) – anche se di sicuro non quanto prima della seconda guerra mondiale, quando, nel 1938, venne posata la prima pietra dello stabilimento Volkswagen. La città che ancora oggi lo ospita venne ribattezzata Wolfsburg dai vittoriosi alleati che sconfissero il nazismo solo nel 1945, anno in cui cominciò anche la vera produzione di vetture destinate al mercato privato, visto che il regime che voleva motorizzare il paese all’insegna del motto “un’auto per tutti” l’aveva impiegato soprattutto per fabbricare il cosiddetto Kübelwagen (VW Typ 2), un veicolo militare paragonabile alla Jeep e realizzato in 55.000 esemplari sulla piattaforma sviluppata da Ferdinand Porsche, che dirigeva Volkswagen.

Quasi 80 anni dopo lo stesso gruppo “procede con mentalità aperta” rispetto all’ipotesi di collaborare con il comparto militare, come aveva dichiarato Oliver Blume, il Ceo: “Se possiamo contribuire a sostenere l’industria della difesa locale con la nostra esperienza e capacità, lo faremo”, aveva precisato il top manager a margine della conferenza di bilancio. In ballo c’era e c’è in particolare lo stabilimento di Osnabrück, uno di quelli a rischio chiusura (2.300 addetti), che il colosso tedesco era stato costretto a rilevare nel 2009 dalla fallita Karmann, dove potrebbero venire prodotti veicoli e componenti (ma non armi) nell’ambito di una joint venture con l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems che lavora al sistema di interdizione aerea Iron Dome. Non è escluso il coinvolgimento di altri siti per la costituzione di una sorta di “filiera”.