Per la prima volta, la Coppa del Mondo non si gioca dentro un confine, ma lungo una mappa: 48 squadre, 104 partite, 16 città, 3 Stati e 4 fusi orari tra Canada, Stati Uniti e Messico. Per dire: Vancouver–Miami, le due sedi più lontane, sono separate da circa 5.500 chilometri: più o meno Roma-Reykjavík andata e ritorno. La FIFA ha provato a contenere l’effetto elastico con i “cluster” regionali, ma il punto resta: questo sarà il primo Mondiale in cui la logistica diventa una variabile tecnica.

Gianni Infantino lo aveva ammesso già alla presentazione: “La vera sfida sarà la logistica. Parliamo di un continente”. Distanze, fusi orari, differenze climatiche, altitudine messicana e livello del mare: tutto entra nella preparazione. L’idea dei cluster nasce da qui: evitare almeno nella fase iniziale il ping-pong coast to coast. Alexi Lalas, ex nazionale USA e stravagante meteora del Padova, l’ha sintetizzata così: “Non è che questi ragazzi siano seduti nel posto centrale in economy su una compagnia low-cost o roba del genere. Sono su aerei charter ovunque”, anche se “sei ore di viaggio e cambi di fuso cambiano fondamentalmente la competizione“.

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