Neanche la grandine è più quella di una volta. Uno degli eventi estremi per eccellenza, tra i più temuti dal settore agricolo, sta per diventare ancora più estremo, a causa del riscaldamento globale in atto: stando a uno studio appena pubblicato sulla rivista Nature Change Climate da un gruppo di ricercatori guidato da Timothy H. Raupach dell’Università del New South Wales, in Australia, le grandinate si stanno spostando verso latitudini più alte, migrando nelle zone artiche, e di conseguenza diventeranno sempre più frequenti e distruttive. “Le grandinate causano danni in tutto il mondo e mettono in pericolo i raccolti – hanno raccontato gli autori del lavoro in un articolo di commento pubblicato su The Conversation, sottolineando una lacuna nella nostra comprensione dei rischi climatici futuri – ma finora non erano stati quantificati né misurati in dettaglio i loro cambiamenti in uno scenario di temperature globali sempre più alte”.Come si forma la grandinePiccolo riepilogo: la grandine si forma all’interno dei cumulonembi, le nubi a sviluppo verticale che danno origine ai temporali, quando si creano moti convettivi generati da correnti ascensionali e discensionali, che trasportano gocce d’acqua ed eventualmente polveri e sabbia. Se l’estensione verticale di questi moti raggiunge quote sufficientemente elevate, dove la temperatura scende sotto lo zero, l’acqua ghiaccia e si formano i primi chicchi; scendendo, poi, la loro parte più esterna liquefa, attira a sé altre gocce d’acque che, salendo di nuovo, ghiacciano e contribuiscono ad aumentare le dimensioni del chicco, con un meccanismo continuo di auto-accrescimento che termina quando il peso dei grani di ghiaccio supera la forza ascensionale della corrente e quindi la grandine precipita e giunge fino a terra. Ne discende che la dimensione finale dei chicchi è proporzionale alla turbolenza che li genera, perché dipende dal vento di risalita e da quante volte si può reiterare il processo di ascesa e discesa.Il legame con la temperaturaIn verità, diversi studi avevano già trattato la questione, ma mai in dettaglio come quello appena pubblicato. Nel 2022 Antonello Pasini, fisico del clima al Consiglio nazionale delle ricerche, ci aveva spiegato che in un’atmosfera più calda, e con l’innalzamento delle temperature dei mari, l’energia necessaria a innescare una convezione profonda è maggiore e favorisce la comparsa di temporali con potenziale grandine, e che a temperature più calde il ciclo salita-discesa dei chicchi accade molte più volte. Per studiare queste interazioni, i climatologi utilizzano di solito dei proxy, ovvero indicatori indiretti che ricercano nei modelli le condizioni atmosferiche ideali affinché la grandine si formi, in primis l’instabilità atmosferica e il wind shear verticale (il “taglio del vento”, ovvero la variazione della velocità e della direzione del vento al variare della quota). Gli autori dell’ultimo studio hanno applicato tre diversi proxy globali (denominati Raupach, Eccel e Ship) a un gruppo di otto proiezioni dei modelli climatici: analizzando scenari di riscaldamento globale medio di 2 °C e 3 °C rispetto al periodo storico, i dati hanno evidenziato chiaramente una tendenza alla migrazione delle condizioni favorevoli per la grandine verso le zone polari. Vuol dire che, in media, nelle regioni europee sopra i 60° di latitudine, e nelle vicinanze delle Alpi, nel Nordamerica centro-settentrionale, in Nuova Zelanda e in vaste aree dell’Asia centro-settentrionale si registrerà, molto probabilmente, un aumento delle grandinate.Il paradosso dei raccoltiQuesta traslazione geografica e stagionale avrà conseguenze dirette sull’agricoltura. Valutando il potenziale impatto su 26 tipologie di colture (mantenendo fisse l’esposizione e la vulnerabilità odierne), gli autori hanno infatti misurato una metrica definita Hpp (hail-prone proportion of the cropping season), ossia la percentuale di tempo della stagione di crescita considerata a rischio. I risultati indicano un paradigma controintuitivo: il rischio grandine aumenterà in media per le colture invernali (come il grano) e diminuirà per le colture estive (come il mais). In Cina, ad esempio, le patate, che si coltivano da maggio a settembre, vedranno una riduzione del rischio; al contrario il grano, coltivato da ottobre ad aprile, affronterà un pericolo significativamente maggiore. In Europa, si registreranno incrementi marcati dell’Hpp per colture come la segale in Finlandia, Estonia, Lettonia e aree limitrofe della Russia. Se da un lato il riscaldamento globale potrebbe allargare le aree coltivabili verso i poli, aumentando le rese potenziali in alcune nazioni settentrionali, dall’altro, proseguono gli autori, “lo spostamento verso i poli del pericolo di grandine potrebbe attenuare gli aumenti di resa derivanti da simili spostamenti nelle regioni coltivate”. Per una coltura fondamentale come il mais nei paesi tropicali, la minor probabilità di grandine andrebbe solo a mitigare marginalmente i gravi cali di produzione già previsti a causa dello stress termico in aumento.