Mosca sta sempre più utilizzando il diritto internazionale come uno strumento di pressione geopolitica. Non si tratta di una semplice strategia difensiva nei contenziosi legali, ma di un vero e proprio impiego del sistema giuridico come arma: la cosiddetta lawfare. È questo il quadro delineato da un recente rapporto del servizio di intelligence lettone Satversmes aizsardzības birojs (Sab), che analizza come la Russia stia integrando strumenti legali, politici e comunicativi nella più ampia architettura della guerra ibrida contro l’Occidente.

Secondo il rapporto, la lawfare russa si manifesta attraverso un uso sistematico di ricorsi, contenziosi e iniziative giuridiche a livello internazionale, spesso con l’obiettivo di rallentare, delegittimare o complicare le decisioni di governi occidentali e organizzazioni sovranazionali. Non si tratta soltanto di vincere una causa, ma di produrre effetti politici: pressione diplomatica, costi reputazionali e frizioni tra alleati. In questa logica, il diritto non è più uno spazio neutrale di risoluzione delle controversie, ma un’estensione del confronto strategico tra Stati.

Per affinare questa strategia, Mosca guarda a Teheran. Secondo il rapporto del Sab, funzionari russi hanno analizzato in dettaglio il ricorso presentato dall’Iran nel 2016 alla Corte Internazionale di Giustizia contro gli Stati Uniti, relativo alle sanzioni e ai beni finanziari congelati. La conclusione degli esperti russi è che le sanzioni possono essere contestate come illegittime nei casi in cui esistano accordi bilaterali tra i Paesi in questione – un precedente che Mosca intende replicare nei propri contenziosi contro i Paesi occidentali. L’obiettivo non è solo ottenere ragione in giudizio, ma costruire una giurisprudenza alternativa in cui le sanzioni occidentali appaiano violazioni del diritto internazionale, non strumenti legittimi di pressione.