I casi di corruzione e di cattiva gestione del denaro pubblico sono stati il suo pane quotidiano per più di 30 anni. Ora sotto indagine è finito lui, Tommaso Miele, 70 anni appena compiuti, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti (è andato in pensione lo scorso febbraio). Originario della provincia di Frosinone, sposato e con due figli avvocati, prima della lunga carriera da magistrato contabile ha prestato servizio nella polizia, con incarichi al ministero dell’Interno. Poi la nomina a presidente della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti del Molise e il successivo passaggio alla guida degli uffici del Lazio, chiamato a giudicare sui casi di danno erariale: ottomila le sentenze con la sua firma.

In quel periodo, tra l’altro, Miele era stato coinvolto in un’altra inchiesta: la Guardia di Finanza aveva avviato accertamenti sui bilanci dell’Università di Cassino, dove Miele ricopriva il ruolo di presidente del collegio dei revisori dei conti ed era professore a contratto. Aveva ricevuto un avviso di garanzia per presunte irregolarità nei bilanci degli anni 2013-2015: un buco stimato da 40 milioni di euro e il mancato versamento di contributi previdenziali per decine di milioni. Miele ha sempre respinto ogni addebito e, alla fine, la sua posizione è stata archiviata. Incarichi extragiudiziali, comunque, ne ha avuti a decine, uno più diverso dall’altro: capo dell’ufficio legislativo del ministero della Sanità durante il governo Prodi (1996), ma anche commissario straordinario della Lega Pro del calcio nel 2015.