Cinquant’anni di Repubblica in musica. Una storia lunga, emozionante, in continuo divenire. Una scia di parole e pensieri che hanno accompagnato, raccontato i cambiamenti osservati e vissuti da intere generazioni. Alcuni protagonisti hanno avuto il compito di traghettarci in questo universo sempre più labirintico. Insieme al compianto Ernesto Assante, Gino Castaldo è il Caronte di questa navigazione, ancora in atto.
Cosa è cambiato in tutto questo tempo nelle cronache musicali, nel modo di raccontare quello che vediamo?
«È cambiato il mondo, quindi è cambiato il rapporto con la musica. Quando abbiamo iniziato c’era un senso di avventura che si percepiva nell’aria e che abbiamo cercato di registrare. Prima, il nostro lavoro era fondamentale perché il racconto degli eventi era affidata ai giornali. Poi siamo diventati una voce in una polifonia complessa. Oggi dobbiamo competere a una velocità che ci precede come quella che caratterizza i social. Rispetto a quegli anni, mancano i tempi di riflessione».
Il momento più esaltante?
«Abbiamo avuto la fortuna di raccontare in diretta il grande momento dei cantautori, a partire dalla nascita del giornale, nel 1976: penso a Dalla, Vasco, Battiato e tutti gli altri protagonisti di quella stagione».











