Dopo l’abbattimento di un elicottero Usa la tensione nel Golfo torna a crescere proprio quando sembrava mancasse poco all’intesa fra Washington e Teheran. Malgrado l’incidente, potrebbe essere ancora la volta buona per arrivarci. Il motivo principale ha poco a vedere col Golfo e moltissimo con l’America. Domani comincia la Coppa del Mondo, con le prime due partite in Usa venerdì, in California. Per Donald si apre un mese abbondante di celebrazioni, comprendente il suo 80º compleanno (14 giugno) e il 250º degli Stati Uniti (4 luglio) – non si sa bene quale più importante. Già insignito lo scorso dicembre dell’inedito, ma massiccio, Premio Fifa per la Pace, da un ossequioso Gianni Infantino, egli vuole trascorrerlo senza l’imbarazzo di una guerra fra i piedi, tanto meno di una guerra che gli tiene alto il prezzo della benzina. L’accordo si può ancora fare perché pur di averlo il Presidente americano si accontenta del minimo sindacale: lunga tregua (60 giorni?) con rimozione dei reciproci blocchi navali e riapertura alla navigazione dello Stretto di Hormuz. Il resto? Si negozia. Ci sarà chi si domanda: ma non se ne stava negoziando prima della guerra? Pazienza, Trump risponderà che il suo striminzito mini-accordo è infinitamente superiore all’orrendo Jcpoa di Barack Obama, firmato dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu, più la Germania, più l’Unione europea, con tanto di controlli rigorosi dell’Aiea. A buon intenditor… Chi si può mettere di traverso a un’intesa di dimensioni così ridotte? Il nemico, l’Iran, se non ci sta; l’alleato, Israele, se vuole di più. Teheran non ha alcun motivo per fare un piacere a Trump – gli iraniani sono sottili maestri nella diplomazia della carota, aspettarono il cambio di guardia alla Casa Bianca per il rilascio degli ostaggi nel 1979, se fatto prima avrebbe potuto dare la vittoria a Carter anziché Reagan – ma hanno bisogno di tirare il respiro. Avranno letto anche loro l’Art of the Deal: se il prezzo, probabilmente un alleggerimento delle sanzioni che gli consenta di esportare petrolio e gas è giusto, ci si accorda. Con Israele il discorso è più complesso. Si è fermato, in reciprocità, con l’Iran; finirà col fermarsi anche in Libano. Per ora, riservandosi di riprendere le ostilità contro Hezbollah ove e quando ritenga necessario. Netanyahu e Trump hanno iniziato a braccetto la guerra all’Iran. Si può discutere a lungo su chi ha convinto chi. Sta di fatto che il 27 febbraio scorso erano in perfetta sincronia d’intenti e di azioni. Da lì, dopo la decisione americana di tregua temporanea, i rapporti fra Washington e Gerusalemme hanno iniziato a divergere – gli israeliani avrebbero voluto continuare la guerra – per precipitare in tensioni senza precedenti nella lunga storia bilaterale. Non si era mai visto un leader israeliano, Netanyahu compreso, non fermarsi quando glielo diceva il Presidente americano. Lo fece Biden, in più di un’occasione, dopo l’eccidio del 7 ottobre. Trump ci è apparentemente riuscito molto meno. Persino la telefonata d’improperi – cosa daremmo per averne una registrazione! – ormai entrata nella mitologia mediorientale, ha prodotto molte agitazioni nelle due capitali, ma non effetti visibili e concreti sul campo.
Le guerre nel Golfo tornano a dividersi
Gli interessi del Tycoon e Netanyahu divergono anche se fra i due c’è un certo gioco delle parti









