Negli ultimi anni l’Unione europea ha sviluppato strumenti quantitativi per valutare le politiche sulle droghe non solo sul piano sanitario, ma anche rispetto a mercato, sequestri, prezzi, criminalità e azione repressiva.

Applicati al caso italiano, questi indicatori mostrano con chiarezza il fallimento delle politiche fondate quasi esclusivamente sulla repressione della produzione e del commercio.

Prendendo in esame 33 anni di dati carcerari (1991-2024), le serie storiche mostrano che le diverse modifiche legislative hanno inciso soprattutto sulla pressione penale, ma non sulla capacità di ridurre il mercato. La legge Fini-Giovanardi, che equiparava droghe leggere e pesanti, rappresenta il momento di massima repressione; dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha reintrodotto una distinzione sanzionatoria, si osserva una riduzione degli ingressi ma mai un reale effetto di contenimento dell’offerta.

Un indicatore particolarmente importante è la durata media della detenzione per i reati legati all’articolo 73. Combinando dati di prevalenza e incidenza carceraria, emerge che la permanenza media in carcere è aumentata nel tempo. Questo significa che la repressione non solo non ha ridotto il mercato, ma ha prodotto più carcere e pene più lunghe, colpendo prevalentemente i soggetti più vulnerabili: piccoli spacciatori, persone povere, consumatori coinvolti in economie di sopravvivenza, non certo i livelli alti delle organizzazioni criminali.