Per troppo tempo ci è stato detto che la “guerra alla droga” fosse necessaria. Che punire significasse proteggere, che incarcerare fosse un atto di responsabilità collettiva. Oggi, però, davanti all’evidenza dei fatti, questa narrazione si sgretola. Non solo queste politiche non hanno ridotto il consumo di sostanze, ma hanno prodotto un danno profondo alla salute pubblica. E il prezzo lo stiamo pagando in vite umane.

Le persone che si iniettano droghe hanno tra le 10 e le 34 volte più probabilità di contrarre l’HIV rispetto alla popolazione generale. Non è una fatalità, ma il risultato diretto di politiche punitive che spingono le persone ai margini. Come evidenziato da The Lancet HIV e da un documento presentato a Vienna da UNAIDS e dall’International Network of People who Use Drugs, la criminalizzazione non contiene il virus: ne favorisce la diffusione.

L’uso di droghe non scompare sotto la repressione. Diventa invisibile, si sposta nell’ombra, lontano dai servizi sanitari e dalla prevenzione. Le persone diventano bersagli, marchiate dallo stigma e costrette a muoversi in contesti clandestini e insicuri. In queste condizioni aumentano i comportamenti a rischio: siringhe condivise, assenza di strumenti sterili, paura dell’arresto. Non è un effetto collaterale, ma una conseguenza diretta.