Un drammatico gioco di sliding doors segna la prima svolta investigativa sulla spedizione punitiva che ha insanguinato il quartiere San Carlo all’Arena. Porte che scorrono, dunque. Da una parte quelle della questura, varcate da un ventunenne dal grilletto facile e con alle spalle una serie di collegamenti che scottano con i piani alti del clan Contini. Dall’altra quelle dell’ospedale Cardarelli, da cui è stato dimesso ieri il ventinovenne disabile vittima di un agguato i cui contorni sono rimasti avvolti nel mistero per quasi dieci giorni. I loro destini, in meno di ventiquattro ore, si sono nuovamente incrociati. Questa volta però, dopo il tragico faccia a faccia andato in scena la notte del 25 maggio, a debita distanza. Nonostante la decisione del suo aggressore di costituirsi, la vittima di quell’agguato innescato da un like non gradito lancia l’allarme: «Torno a casa con il cuore pieno di paura. Sia per me, che per la mia famiglia».

Il giallo Già negli ultimi giorni il caso aveva subito una brusca accelerazione. Un cambio di passo scaturito dalla decisione della vittima di raccontare agli inquirenti come fossero andate davvero le cose quella notte. Ai poliziotti accorsi nel reparto di Ortopedia, ha rivelato l’esatta dinamica e indicato il movente. Nessun pedinamento e nessuna rapina. O meglio, lo strappo dell’orologio - un Rolex dal valore di 35mila euro - c’era stato, ma solo al culmine di una discussione iniziata nelle ore precedenti sui social e proseguita nella vita reale. Precisamente, sotto la sua abitazione di via Nicola Nicolini. È qui che l'aggressore estrae una semiautomatica e spara un colpo dritto alla gamba sinistra. L’unica ancora sana. Il ventinovenne, infatti, nel 2019 aveva perso l’altro arto a causa di un gravissimo incidente. Di fronte alla sua disabilità, eppure pronto a tutto per lavare col sangue l’onta di un like ricevuto dalla fidanzata, l’aggressore non avrebbe avuto alcun tentennamento: «Ringraziami che non ti ho ucciso», il monito lanciato mentre la vittima, riversa in una pozza di sangue, urla in preda alla paura e al dolore. Arcangelo Correra ucciso a 18 anni dall'amico a Napoli, Procura chiede 20 anni di reclusioneLa decisione Il colpo di scena non si è fatto attendere. Dopo quasi due settimane nei radar delle indagini, lunedì sera Francesco Matteo ha bussato alla porta della questura. Accompagnato dal suo difensore, il penalista Roberto Saccomanno, ha reso agli investigatori della Squadra mobile, guidati dal primo dirigente Mario Grassia, un lungo interrogatorio. Il ventunenne di San Giovanniello, nel colloquio andato avanti per un’ora, non si tirato indietro e ha innanzitutto confermato il movente: «Tutto è iniziato per un “mi piace” su Tiktok. Un gesto che non mi è andato giù. Ci conosciamo e ho cercato un chiarimento». Dal like al click sul grilletto il passo è stato assai breve: «Quando ci siamo incontrati, le sue risposte non mi sono piaciute. Ho reagito male, ma sono pentito per il mio gesto». Raggiunto da un fermo di pg, il ventunenne - già indagato a piede libero in una recente inchiesta sulle nuove leve del clan Contini - si trova ora a Poggioreale con le accuse di lesioni gravi, detenzione e porto di arma da fuoco e rapina. L'appello Il cerchio delle indagini sembra non essere però ancora chiuso. Il pool investigativo coordinato dal sostituto procuratore Luigi Santulli e dall’aggiunto Pierpaolo Filippelli punta a chiarire il ruolo che potrebbe aver avuto nell’agguato il giovane che ha accompagnato Matteo sulla scena. Sul punto, quest’ultimo è stato tranchant: «Non sapeva che fossi armato». E proprio la misteriosa pistola presta il fianco a un ulteriore punto di domanda. L’arma sembra sparita nel nulla: «L’ho buttata dopo la lite», ha dichiarato il ventunenne nipote del ras dei Contini, Ettore Esposito. Ombre minacciose che, di contro, gettano nello sconforto il coprotagonista di questa storia. Il ventinovenne E.M., assistito dall’avvocato Francesco Petruzzi, ieri pomeriggio è tornato a casa dopo il delicato intervento al quale è stato sottoposto: «Non so - spiega - se potrò tornare a camminare. Ho paura per me e per la mia famiglia, non mi sentirò al sicuro finché tutti i responsabili non saranno individuati». Social e piombo in uno scenario criminale dai confini sempre più sottili.