ROMA – Migliaia di donne, la maggior parte delle quali riunite in collettivi, scenderanno in piazza l’11 giugno a Città del Messico durante la cerimonia di apertura dei Mondiali, che si terrà allo stadio Azteca, nella capitale. La manifestazione è organizzata per chiedere allo Stato che si impegni di più nella ricerca delle persone disperse, in quanto reclutate o uccise dai cartelli della droga.
Il registro delle persone scomparse. Al 25 maggio 2026 – scrive Amnesty International – il Registro delle Persone Scomparse in Messico contava 134.460 nomi. “Questa è una crisi di proporzioni sconvolgenti: in Messico ci sono più persone di cui non si hanno notizie di quante assisteranno alla partita inaugurale dei Mondiali”, commenta Edith Olivares Ferreto, Direttrice locale di Amnesty. La crisi dei diritti tocca anche gli altri due Paesi ospitanti del torneo: il Canada, dove le maggiori preoccupazioni sono per i senzatetto, e gli Stati Uniti, dove invece a rischio sono le comunità di migranti che sceglieranno di riunirsi per guardare le partite.
Gli Stati Uniti e le deportazioni di massa. Nel 2025 il governo degli USA – dove si giocheranno i tre quarti delle partite - ha deportato oltre 500 mila persone, secondo un'analisi condotta dal New York Times sulla base dei dati governativi: un numero sei volte superiore a quello degli spettatori che assisteranno alla finale dei Mondiali al MetLife Stadium. A giugno 2025 il presidente Trump ha schierato circa quattromila soldati della Guardia Nazionale della California a Los Angeles, per placare le proteste contro i raid anti-immigrati. Dallas, Houston e Miami hanno tutte firmato accordi di collaborazione tra le forze dell'ordine locali e l'ICE. A causa dei divieti di viaggio imposti dall'amministrazione Trump, i tifosi provenienti da Costa d'Avorio, Haiti, Iran e Senegal non possono viaggiare ed entrare negli Stati Uniti per sostenere la propria squadra a meno che non siano in possesso di un visto valido prima del 1° gennaio 2026. Altri tifosi rischiano una sorveglianza invasiva, con proposte che obbligano i visitatori a rendere disponibili i propri account sui social media per controllare che non ci siano eventuali “comportamenti antiamericani”.











