Il conflitto in Medio Oriente rischia di produrre effetti ben oltre i confini della regione. Le tensioni che hanno colpito le infrastrutture energetiche del Golfo stanno infatti riducendo la disponibilità di gas naturale liquefatto (Gnl) destinato all'Asia, spingendo diversi Paesi a incrementare il ricorso al carbone per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti elettrici. A prevederlo è una nuova analisi di Rystad Energy, la quale stima che entro il 2030 la domanda aggiuntiva di carbone termico nell’area Asia-Pacifico potrebbe raggiungere 150 milioni di tonnellate, con circa la metà dell'incremento concentrata già nel 2026. Alla base del fenomeno non vi sarebbe un ripensamento degli obiettivi climatici, bensì un problema di disponibilità di combustibile. Per il prossimo anno Rystad prevede infatti un deficit di circa 35 milioni di tonnellate di Gnl, un volume che molti sistemi energetici della regione non sono in grado di sostituire rapidamente.

La conseguenza è un maggiore utilizzo delle centrali a carbone già esistenti. Secondo gli analisti, circa 90 terawattora di produzione elettrica potrebbero spostarsi dal gas al carbone, soprattutto nei Paesi dell'Asia nord-orientale maggiormente dipendenti dalle importazioni di Gnl. In questo scenario il consumo aggiuntivo di carbone potrebbe aumentare di quasi 70 milioni di tonnellate nel solo 2026. Non attraverso la costruzione di nuovi impianti, ma grazie a un utilizzo più intenso delle centrali già operative.