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Paola Pica

L’ad di Banca Intesa parla dopo aver lanciato l’Opas su Montepaschi: «Di Cimbri mi fido, Lovaglio non può essere il futuro di Mps»

«È un’operazione di mercato: vince chi paga di più». Carlo Messina riporta subito la battaglia per il Monte dei Paschi-Mediobanca dentro i confini che considera gli unici rilevanti: «La capacità di creare valore — chiarisce — per Intesa Sanpaolo e i suoi azionisti».

Il gran capo del primo gruppo italiano del credito, in prospettiva il secondo in Europa per capitalizzazione, incontra la stampa nella sede storica di Ca de’ Sass a Milano, al termine di una maratona di 24 ore iniziata domenica con il consiglio che ha approvato l’offerta sul Monte da 30,6 miliardi, presentata in tandem con Unipol e destinata, se andrà in porto come la Borsa in queste ore scommette, a stabilire il nuovo ordine della finanza italiana. Il banchiere da 13 anni alla guida di Intesa dopo una carriera tutta interna alla «superbanca», così chiamata anche per la crescita a colpi di acquisizioni e fusioni, si tiene alla larga da logiche diverse rispetto a quelle, appunto, di mercato, come in fondo si è sempre tenuto lontano dai salotti. «Noi non facciamo giochi di potere. Se qualcuno fosse disposto a riconoscere ai soci di Mps un premio superiore, la conclusione sarebbe semplice: Amen. Vorrà dire che l’operazione, che peraltro non cambia la capacità di portare a compimento il nostro piano industriale, non si farà», dice Messina rispondendo a una domanda sul sempre possibile intervento di un «cavaliere bianco» per Siena. Il riferimento è alle possibile mosse di Andrea Orcel, ceo di Unicredit, e nome che ricorre più di una volta nell’incontro stampa anche a proposito di Generali. Via Mediobanca, che della compagnia triestina è il socio di riferimento con il 13%, Intesa troverà sulla sua strada la stessa Unicredit anch’essa azionista di Generali con il 9%. Dice Messina: «A me non interessa fare le liste per il cda. Mi interessa che l’utile netto di Generali cresca.