Il paradosso del centro
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Poggio: fuggì nel 1991, ora è una sindacalista. Uno dei suoi ragazzi ha una pizzeria ed è maestro del lavoro
di Mario BovenziSuo figlio, sicuramente per lei, è un po’ una star. Luis Marc Kerci, 33 anni, è nato a Cento. E’ al timone della pizzeria ’Faraone’ a Poggio Renatico, lavorano per lui tanti ragazzi. Ha anche un’altra pizzeria, il sogno di allargare questo mondo di pomodoro e mozzarella. E proprio per questo spirito imprenditoriale, per la sua voglia di fare è stato premiato – la cerimonia nei giorni scorsi nella camera di commercio – dall’Accademia dei maestri artigiani e d’impresa. La targa, la pergamena. Sì suo figlio è per lei il numero uno. Ma se l’altro giorno era lì, se quel ragazzo è riuscito nell’impresa, è certo grazie a lei.Kalaja Lumturi ("Kalaja vuol dire felicità", precisa) che è partita dall’Albania, oltre quel tratto di mare la speranza aggrappata alle sartie di una bagnarola, in centinaia, per lasciare macerie dopo il crollo del regime di Enver Hoxha e conquistare una nuova patria, una nuova vita in Italia. Anche l’altro suo figlio, Marsel, ancora un bambino tra le sue braccia quando dissero addio al paese, ha trovato la sua strada, è diventato imprenditore. "Oggi ho due figli imprenditori e io mi sento figlia adottata d’Italia". Si chiamava Bastova, era un peschereccio, sullo scafo azzurro corroso di ruggine 800 anime, mani che salutano, naufraghi che finalmente vedono la terra, Bari. "La mia era una delle sette famiglie più ricche dell’Albania, siamo stati perseguitati dal regime. Io sono nata in un campo di concentramento e così mi ha chiamato mio padre, felicità. Era un uomo orgoglioso, non si è piegato mai". Assiepati su quella nave, foto dai colori opachi, simbolo di quell’anno tragico e dell’esodo di un popolo. "Se non salivo su quel peschereccio non sarei più andata via dall’Albania, era l’ultima barca a partire". Il paese dietro le spalle, l’Italia è il profilo del porto di Bari. Kalaja Lumturi sbarca, comincia la sua lunga odissea, risale l’Italia. Ad ogni passo la mano di qualcuno che l’aiuta, la solidarietà, giorni duri. Con lei, gli occhi alla fine del mare, il primo figlio, che allora aveva due anni e otto mesi. Anche lui ha creato un’azienda che opera nel mondo del fotovoltaico. Kalaja arriva a Viterbo, poi ancora più a nord, a Minerbio in provincia di Bologna. "Facevo cassette di legno in un’azienda", racconta, nella sala della camera di commercio gli applausi, imprenditori che si sono fatti da soli e targhe, l’attesa per la premiazione del figlio. "Avevo conseguito in Albania il diploma come infermiera, qui ho conquistato un’ulteriore specializzazione. Noi albanesi abbiamo sempre creduto nell’Italia, era la nostra America, una nuova vita". Kalaja Lumturi da 22 anni è funzionaria sindacale per la sigla Feneal Uil, il settore edile. Sente pronunciare il nome del figlio, corre in sala. "Bisogna credere sempre in quello che si fa, solo così si ottengono risultati", dice il suo ragazzo rivolto al pubblico, altri imprenditori come lui, le loro famiglie. Kalaja è felice, quel ragazzo è lì, parla come un uomo. Grazie e lei partita un giorno dall’Albania, in fuga da un paese. "Sono arrivata a marzo del 1991 – avvolge il nastro della memoria –, scappavo da un passato di persecuzioni. Avevo con me un figlio di poco più di due anni. Ho costruito tutto da zero, due figli, due aziende, una vita serena. Mi sento italiana nel cuore. Vorrei che da quello che ho trascorso, dal mio passato arrivasse un messaggio per aiutare chi lotta. Come ho lottato io".









