Potrebbe chiudersi in questi giorni, con una silenziosa archiviazione, l’ultimo fascicolo ancora aperto per l’uccisione del fotografo pavese Andy Rocchelli e del suo collega russo Andrej Mironov. I due reporter – come noto – furono massacrati a colpi di mortaio il 24 maggio del 2014, mentre documentavano gli scontri tra l’esercito ucraino e i separatisti filorussi alla periferia meridionale della città di Sloviansk, in Donbass. Per la loro morte – e più precisamente con l’accusa di concorso in omicidio – fu processato nel 2018 l’ex soldato della Guardia Nazionale di Kiev Vitalij Markiv, che quel giorno si trovava appostato con i suoi commilitoni sulla collina di Karachun, la cui vetta domina il luogo in cui furono uccisi Andy e Andrej.
Dopo aver ricevuto una condanna in primo grado, Markiv sarebbe poi stato assolto sia in appello che in Cassazione, ma tutte le sentenze – comprese quelle che scagionavano il militare – concorderanno nell’affermare che i colpi di mortaio che uccisero i due reporter furono «sparati dalla collina Karachun ad opera dei militari dell’Armata ucraina», e che l’attacco avvenne «senza alcuna provocazione e offensiva», in esecuzione di «un ordine illegittimamente dato dai comandanti» e «in violazione delle norme che mirano alla protezione dei civili». È proprio in concomitanza con la prima sentenza contro Markiv, nel 2019, che la procura di Pavia decise di aprire quel fascicolo Rocchelli-bis la cui chiusura appare oggi così imminente.







