Ai seggi a qualcuno scappa un lacrima. «È la prima volta che possiamo scegliere per davvero chi ci governa», dice commossa una giovane ragazza all’uscita dalle urne nel periferico quartiere Nor Nork, arrocco di palazzine sovietiche che si sviluppa sulle alture della capitale armena. È una “goccia” di emotività dentro una domenica elettorale che – al netto di accuse e contro-accuse fra maggioranza e opposizione – si svolge tutto sommato in un clima tranquillo e senza particolari incidenti, decretando la riconferma del primo ministro uscente Nikol Pashinyan e del suo Contratto civico che si aggiudica il 49,8% (64 seggi su 105 in parlamento).

SECONDO ALCUNI, si tratta appunto di una «vittoria della democrazia» e del coronamento di un percorso di riforma del sistema politico del paese che si è intrapreso dal 2018, quando il leader attuale (ora al suo terzo mandato) è salito al potere sull’onda di un movimento popolare noto come Rivoluzione di velluto. «Qui è cambiato tutto in meglio: abbiamo scuole, strade e servizi», ci tiene a far sapere con enfasi una giovane insegnante che vive e lavora ad Armavir, capoluogo di provincia nella zone occidentale dell’Armenia. Lotta all’influenza oligarchica e alla corruzione, riorganizzazione del settore giudiziario e innalzamento di pensioni e di salari nel campo dell’eduzione: sono alcune delle azioni intraprese da Pashinyan nei suoi anni di governo che gli hanno garantito un solido margine di consenso soprattutto nelle zone rurali, come ribadito da questa tornata, e, secondo i sondaggi, presso la fascia di popolazione ultracinquantenne.