Sostiene Daniele Vicari che «sì, fare cinema serve anche a cambiare un po’ il mondo». Il suo Diaz, il film voluto e girato per raccontare una delle pagine più buie della nostra democrazia, la notte della macelleria messicana nella scuola diventata simbolo delle violenze delle forze dell’ordine al G8 di Genova del 2001, torna nelle sale anche per questo.
Atteso in oltre cento cinema del Paese il 15, 16 e 17 giugno, con anteprima al Festival di Fandango al via a Lecce da giovedì, il regista ne parla a 25 anni dai giorni drammatici di quel vertice, mettendone in fila i ricordi di allora e il senso di oggi. «I fatti di Genova ci hanno mostrato in anteprima il mondo in cui viviamo, in perenne stato di emergenza, — è il suo pensiero — ma non è vero che il movimento di allora è morto in quelle strade: è morto e rinato, e lo vediamo nella voglia di impegnarsi nelle piazze di questi tempi».
È anche per questo, che serve raccontare ancora questa storia e serviva riportarla nei cinema?
«Io credo che Diaz sia più comprensibile oggi che 15 anni fa, quando è uscito al cinema. Più chiaro sia in quello che è successo nelle strade di Genova, se vogliamo pure il perché, sia e soprattutto in quello che hanno rappresentato quei giorni, ovvero la prima vera grande sospensione dei principi di democrazia avvenuta nel nostro paese in tempi recenti. Che oggi comprendiamo molto meglio».






