Quando Diaz uscì nei cinema, nel marzo del 2012, dopo aver ricevuto il premio del pubblico al Festival di Berlino, erano passati undici anni dai fatti di Genova 2001. Commentatori e spettatori erano ancora scossi dagli avvenimenti, anche perché i processi non erano conclusi e si aspettava giustizia. Forte era il peso della cronaca, le ferite morali e fisiche ancora bruciavano. Incontrai infatti decine di vittime ancora profondamente colpite dall’esperienza orripilante.
La politica non era riuscita ad affrontare seriamente quello spaventoso cratere che si era aperto sotto i piedi della democrazia, non era stata istituita nemmeno una commissione parlamentare degna di questo nome, il tentativo perì tra mille polemiche e distinguo che, ad oggi, conservano intatto solo il ridicolo nel quale sprofondò miseramente l’ultimo scampolo di fiducia verso quelle organizzazioni politiche.
Ho ricevuto molta energia dalle innumerevoli proiezioni che del film sono state fatte incessantemente negli anni, ovunque nel nostro paese come in giro per il mondo, dagli Usa alla Polonia, dal sud America all’Asia, in Senato in Italia come al Parlamento Europeo, anche alla Corte Europea dei diritti umani… fino ad arrivare ai mesi scorsi, quando alcuni comitati per il no al referendum lo hanno adottato come esempio di indipendenza dei giudici dagli altri poteri, a distanza di ulteriori 14 anni, quindi a un quarto di secolo dai fatti, molto è cambiato nella ricezione del film.











