A venticinque anni dal G8 di Genova, Diaz torna nelle sale il 15, 16 e 17 giugno con Fandango. Quando il film uscì, nel 2012, i processi erano ancora in corso e in Italia il reato di tortura non esisteva. Secondo il regista Daniele Vicari, i fatti della scuola Diaz e di Bolzaneto non hanno rappresentato soltanto una delle pagine più nere della storia repubblicana, ma hanno anticipato una domanda che riguarda il presente: che cosa accade a una democrazia quando, in nome dell'emergenza, i diritti vengono sospesi?
Quando uscì Diaz eravamo ancora vicini alla cronaca. Oggi siamo nel territorio della memoria storica. Che cosa cambia nel riportare il film al cinema in questo momento?
Quando Diaz uscì, il processo non era ancora concluso e in Italia non esisteva ancora il reato di tortura. Quella norma sarebbe arrivata anche in seguito alle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo sui fatti della Diaz e di Bolzaneto. Il film ha accompagnato quel percorso, diventando testimone di una battaglia civile. La cosa che più mi colpisce è che la pellicola risulta oggi persino più leggibile di quanto non fosse al momento della sua uscita. Perché non volevo semplicemente ricostruire un episodio di cronaca o attribuire delle responsabilità: mi interessava raccontare un meccanismo. Quello che i filosofi definiscono "stato di eccezione", cioè la sospensione dei diritti democratici in nome dell'emergenza.











