Roma – Il giorno dopo il lancio della doppia operazione su Mps, da Palazzo Chigi e da Via XX Settembre arrivano ufficialmente formule di circostanza, lungo il leit motiv “sarà il mercato a decidere”. Ma la realtà è ben diversa. Dietro le due cordate non c’è solo finanza: c’è una maggioranza divisa che riflette due idee opposte di interesse nazionale.
Carlo Messina (Intesa), Giuseppe Castagna (Banco Bpm), Carlo Cimbri (Unipol), Luigi Lovaglio (Mps) e Andrea Orcel (Unicredit)
Da una parte il Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti, padre putativo del “terzo polo” (bancario). È un progetto che il ministro coltiva da anni: Mps è stata risanata e riprivatizzata proprio per fare da perno aggregante e la fusione con Banco Bpm ne sarebbe lo sbocco naturale. Quando Castagna, patron di Bpm, si è mosso – formalmente di propria iniziativa – a via XX Settembre non hanno dovuto alzare un dito: la proposta arrivava nel momento e nella direzione giusti, dopo mesi in cui la sponda del Tesoro per quel disegno non era un mistero.
Per Giorgetti il polo Mps-Bpm è la chiusura di una partita personale e politica, di marca leghista, prima della fine della legislatura. E, in questo senso, conta relativamente poco il suo commento sulle sue preferenze: “Chi paga di più. Io l’avevo detto già tre mesi fa”. Ha più valore, invece, per capire gli umori del Carroccio, quello che ha risposto Salvini al numero uno di Intesa, Carlo Messina, che minimizzava i nuovi annunci di tassazione sulle banche: “Non commento Messina, commenteremo con i fatti e non con le dichiarazioni. I numeri sono evidenti”.













