Carenza di medici, invecchiamento della popolazione, aumento della cronicità, necessità di integrazione multiprofessionale: "le sfide reali della sanità territoriale vanno affrontate rafforzando la medicina generale e dotandola di strumenti organizzativi, tecnologici e professionali adeguati, non stravolgendone la natura". Lo afferma l'Unione Europea dei Medici di Medicina Generale e di Famiglia (Uemo), organizzazione fondata nel 1967 che riunisce le rappresentanze dei medici di famiglia di circa venticinque Paesi europei, intervenendo sulle possibili trasformazioni dei medici di medicina generale nel rapporto con il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn).

In un appello formale firmato dal presidente Tiago Villanueva e diffuso da Bruxelles, rende noto la Fimmg (Federazione italiana dei medici di medicina generale), Uemo esprime "preoccupazione per qualsiasi riforma che comprometta i principi fondanti della medicina di famiglia riconosciuti in tutta Europa: la continuità delle cure, il rapporto fiduciario tra medico e paziente, l'autonomia professionale e la prossimità della medicina di comunità".

"Quando l'Europa interviene su una vicenda nazionale, lo fa raramente e mai a cuor leggero - dice il segretario generale Fimmg, Silvestro Scotti -. L'appello di Uemo conferma ciò che Fimmg sostiene da tempo: il nostro modello convenzionale non è una rendita di posizione da smantellare, ma un patrimonio che il resto d'Europa ci riconosce come riferimento. Chi propone di trasformare i medici di famiglia dovrebbe spiegare perché l'Italia dovrebbe muoversi in direzione opposta a ciò che le evidenze e l'esperienza europea indicano. Uemo chiede che si dialoghi con chi i medici di famiglia li rappresenta davvero: è esattamente la sede di confronto che Fimmg rivendica", e chiede alle autorità italiane di promuovere un confronto aperto e costruttivo con le organizzazioni che rappresentano la medicina generale, per individuare soluzioni condivise. La Fimmg porterà l'appello Uemo all'attenzione dell'Assemblea Nazionale del 13 giugno, "come elemento di un quadro che colloca la posizione italiana nel solco delle migliori pratiche europee e come base da cui partire con responsabilità e disponibili a condividere percorsi in cui evolvere non significa snaturare".