La grande riforma della medicina generale è evaporata ancora prima di nascere, lasciando irrisolti i nodi storici dell'assistenza territoriale italiana. Del decreto legge governativo che doveva riscrivere integralmente le regole d'ingaggio dei medici di famiglia, alleggerire la pressione cronica sui pronto soccorso e riempire stabilmente di camici bianchi le nuove Case della Comunità, non è rimasto quasi nulla sul tavolo politico. Lo stop forzato al provvedimento d'urgenza ha ridotto drasticamente l'ambizioso piano iniziale del ministero della Salute a un'unica ipotesi residuale: l'introduzione di un obbligo di appena sei ore settimanali di presenza fisica dei medici di base all'interno delle nuove strutture socio-sanitarie finanziate con i fondi europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr).
Un compromesso al ribasso che ha aperto una profonda fessura istituzionale e ha fatto saltare i nervi a Guido Bertolaso. L'attuale assessore al Welfare della Regione Lombardia, da sempre fermo sostenitore di una linea dura nei confronti delle autonomie professionali e di una riforma strutturale improntata al servizio pubblico, ha rassegnato per protesta le proprie dimissioni irrevocabili dall'incarico di vice coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, dichiarandosi profondamente deluso dall'ennesima occasione persa per modernizzare il sistema sanitario nazionale.Il piano originario, che era stato strutturato e presentato nei mesi scorsi dal ministro della Salute Orazio Schillaci, puntava a modificare in modo radicale lo status giuridico ed economico dei medici di base. Il progetto governativo introduceva infatti una quota di dipendenza parziale dal Servizio Sanitario Nazionale, cambiando radicalmente i meccanismi di stipendio legati alle quote capitarie e riformando dalle fondamenta la scuola di specializzazione in medicina generale, parificandola alle altre specializzazioni universitarie. Davanti a questo pacchetto di norme di rottura, però, i sindacati di categoria hanno alzato un muro insormontabile di fronte al ministero e alla Conferenza delle Regioni, minacciando lo sciopero generale e il blocco delle attività assistenziali in tutto il Paese. La prospettiva concreta di uno scontro frontale con la categoria medica e il timore di forti disagi per la popolazione hanno spinto Palazzo Chigi a tirare il freno a mano e a riconsiderare l'intera strategia d'azione.Durante un teso incontro svoltosi ieri a Roma tra il Capo di gabinetto del ministero della Salute, Marco Mattei, e gli assessori regionali alla Salute, è arrivato il contrordine definitivo che ha di fatto archiviato la via del decreto ministeriale d'urgenza. Tutti i nodi strutturali ed economici relativi alla ridefinizione dei contratti, ai compensi e ai nuovi percorsi della formazione medica sono stati formalmente espunti dal testo e rinviati a un futuro, e quanto mai incerto, disegno di legge delega, spostando di fatto la palla in tribuna e allungando i tempi della decisione a data da destinarsi.Sul tavolo dei negoziati tra i tecnici del governo e i rappresentanti del territorio è rimasta così unicamente la micro-norma legata alle sei ore di presenza minima obbligatoria. Attualmente le Regioni stanno spingendo con forza affinché questo vincolo orario venga inserito subito nell'ordinamento tramite un emendamento ad hoc a un decreto legge settoriale già in discussione e in fase di conversione in Parlamento, garantendo così una copertura normativa immediata ed efficace. In alternativa, sul fronte governativo, ci sarebbe anche l'ipotesi di inserire la norma direttamente nel testo del prossimo e imminente rinnovo della convenzione con la medicina di famiglia, un percorso alternativo utile a evitare forzature legislative e ad aggirare i tempi lunghi e imprevedibili delle tradizionali trattative sindacali. L'obiettivo primario dei governatori regionali resta infatti quello di riempire, almeno parzialmente, gli organici delle neonate Case della Comunità, che rischiano altrimenti di rimanere cattedrali nel deserto: strutture edilizie nuove di zecca, ammodernate e finanziate dall'Europa, ma che al momento rischiano di restare drammaticamente vuote e prive di personale medico specializzato.Nel frattempo, il fallimento della riforma ha riacceso lo scontro politico in Parlamento, con l'opposizione che va all'attacco delle scelte ministeriali. Il Partito Democratico ha già depositato un'interrogazione formale e ha chiesto ufficialmente al ministro Schillaci di riferire con urgenza in Senato, accusando l'esecutivo di scarsa programmazione e di aver esautorato le forze parlamentari dalla discussione su un tema vitale per la salute pubblica dei cittadini. «Il governo - va all'attacco Italia viva - riesce nell'impresa di smentire se stesso: la maggioranza ferma una riforma elaborata dal ministero della Salute insieme alle Regioni. È l'ennesimo capitolo di una sanità governata tra improvvisazioni e retromarce». Duro anche Giuseppe Conte: «Passo indietro del governo anche sulla sanità. Quattro anni, zero riforme», tuona il leader M5S.











