C’è stato un periodo in cui sono arrivato in casa Bellonci alle sette e mezzo del mattino, più che altro per ragioni di organizzazione familiare. Le scale del palazzo di via Fratelli Ruspoli sono inaffrontabili con le scarse energie vitali di cui dispongo a quell’ora e così, mentre salgo al quarto piano, l’occhio finisce inevitabilmente sul primo articolo del regolamento di utilizzo esposto accanto alla pulsantiera: chi usa l’ascensore lo fa a suo rischio e pericolo.Un giorno, appena entrato, sento un’aria d’opera canticchiata a mezza voce proveniente dallo studio. La intravedo oltre una barriera di faldoni d’archivio accumulati sullo scrittoio. Li scosta e cambia di posto come cercando qualcosa. Senza sollevare la testa oltre il mucchio di carte, mi chiede se abbia notato un vecchio fascicoletto dalla copertina in bianco e nero, una guida di Sabbioneta dei tardi anni Cinquanta. La trovo in cima alla pila di volumi che occupa una delle due poltrone a fiori. Porgendola, mi viene spontaneo osservare che è una stanza singolarmente povera di sedute, per essere un famoso salotto letterario. «Più che un salotto la nostra casa è stata sempre e solo una biblioteca distesa da parete a parete».Ho notato che ha ripreso a studiare la figura di Vespasiano Gonzaga, il fondatore della città ideale di Sabbioneta.«Devo imparare di nuovo a lavorare. Dopo il grande impegno per “Rinascimento privato” sono stanca, dissipata forse. Ma comincio a sciogliermi».Come si fa a dare vita a un salotto letterario?«Non so darle una risposta. Le potrà forse sembrare una posa, ma non mi oriento affatto nel gioco puntiglioso e brillante della mondanità. Come le donne che in amore conoscono solo la passione e non la civetteria, conosco solo l’amicizia e non la relazione mondana».Accetterebbe di rispondere ancora a qualche domanda? Mi consideri un lettore curioso, come quel prete canadese, André Desjardins, che ha incontrato in questa stanza tanti anni fa.«Stia attento, a Desjardins ho sottratto qualche cosa, una confessione strana e innocente che mi colpì come un fatto nuovo della vita».Sarei onorato di finire nel suo prossimo libro trasformato in un personaggio rinascimentale, ma non ambisco a tanto. A proposito di passioni e civetterie, chissà quanti intrighi amorosi ha visto nascere all’interno del gruppo degli Amici della domenica.«Accadde una volta che un giovane diplomatico, incuriosito dai fantasiosi racconti di un amico, sia riuscito a venire a una delle nostre riunioni. Uscendo scosse il capo deluso. Tutti sono mariti e mogli, disse, e quelli che sono amanti lo sono da vent’anni».Mi parli di Piovene.«Quando è morto (12 novembre 1974, ndr.) ho provato un dolore immenso. Non riuscivo ad assimilare la crudele notizia.»Sa che alcuni le hanno attribuito un’affettuosa amicizia con lo scrittore vicentino?«Guido diceva sempre che il solo amore e la sola bontà che rimangono incorrotti sono intellettuali, e quindi gelidi, non fanno parte delle cose del cuore».Ma l’antipatia che nutriva per lei Flora Volpini, che di Piovene è stata compagna, quella è stata tutt’altro che gelida.«Pensi che ancora nel ’62 ha avuto il coraggio di telefonare a Firenze alla Banti invitandola a uno dei suoi deplorevoli pranzi; avendo ella ricusato l’ha bersagliata di sarcasmi su di me».Era l’anno in cui Anna Banti è stata candidata allo Strega per la seconda volta.«Decise di concorrere al premio procurandomi un mezzo infarto. Conosce bene le pene che mi ha dato l’altra volta, quando concorse con “Artemisia”».Goffredo Bellonci scrisse sul diario che lei considerava la sconfitta di Banti un complotto degli uomini contro le donne che scrivono.«Più volte i casi del premio hanno rivelato la subcosciente avversione, riducibile solo a forza di logoramento, degli uomini italiani per le donne d’ingegno».Non andò bene neppure la seconda volta.«Mi aveva promesso che sarebbe rimasta calma qualunque cosa accadesse. Ma chi non sa quali nervi distesi esiga il nostro premio?»Mi parli di Goffredo.«L’ho conosciuto giovanissima, quando con l’incoscienza dei diciassette anni andai a fargli leggere il mio primo romanzo. Con lui anche una convivenza di anni non ha portato a una conoscenza precisa: c’era in lui una parte teorica, di idee, che mi sfuggiva. La sua figura mi si componeva intera, ammirabile, misteriosa, come occorre che sia la persona che si ama.»Spesso ha ricordato come l’organizzazione del premio abbia sottratto molto tempo al suo lavoro di scrittrice. Non deve essere stato l’unico fastidio.«Ebbi subito la percezione di avere architettato una polveriera, che ogni anno in qualche modo sarebbe esplosa esponendomi a fare da bersaglio».Si è mai considera una donna di potere?«Il potere letterario non è temibile. E comunque non ho deciso mai niente da sola, ma insieme a molti altri».Da dove nasce la lingua senza tempo in cui sono scritti i suoi libri?«Forse dalla circostanza di essere nata a Roma da madre umbra e padre piemontese. Appartengo cioè a quell’esiguo gruppo di scrittori italiani che non sanno parlare alcun dialetto. Non sarò certo io a dedurre se ciò sia stato un privilegio o una limitazione. È un dato di fatto, oserei dire un mondo di stabilità interiore».Come ha scelto le figure storiche che ha fatto rivivere nelle sue pagine?«Qualcuno potrà osservare che dare vita a certi personaggi e non ad altri presuppone una predilezione. Essa nasce da un incontro, da un moto dello spirito che dichiara i propri sentimenti. E questo è tanto vero che la giustezza dell’accento mi viene al solo patto di raccontare cose nelle quali sia filtrato il meglio della mia vita più sofferta».Si considera più storica o più narratrice?«Io sono storico in quanto sono scrittore. E so quanta fatica costa sostenere i fatti, le intenzioni e la realtà privata a uno stesso grado di calore inventivo e rappresentativo. Mi scusi, forse avrei dovuto dire “scrittrice”, ma ai miei tempi non usava».Crede che il successo dei suoi libri sia legato alla moda dei romanzi storici?«Quando uscì “Lucrezia Borgia” ero nettamente controcorrente. Allora la critica teneva in considerazione soltanto i giochi stilistici della prosa d’arte. In realtà ho scritto i miei libri senza mai curarmi delle tendenze letterarie in voga, anch’io però ho registrato il mio tempo: a modo mio, con i miei filtri».La sua è stata una vita prodigiosamente piena, densa di incontri, di libri, di riconoscimenti. Sente di avere rinunciato a qualcosa?«Che cosa mi è mancato non lo so, forse quello che non ho chiesto. Rimpiango di non aver scritto tutti i libri che mi sono raccontata. La vocazione alla scrittura è una religione. E come la religione comporta crisi, tempi accesi e tempi aridi».
Strega, ora parlo io: l'intervista (immaginaria) a Maria Bellonci
Gli Amici della Domenica, Guido Piovene, Anna Banti. L’amore per la Storia e per la scrittura. Dialogo immaginario con l'ideatrice del Premio letterario. Dal di











